Bara e funerale per il grano

Di Redazione | 25 Ottobre 2016 alle 18:16

Bara e funerale per il grano

“Il grano è morto” grande partecipazione alla manifestazione di protesta degli agricoltori

“Il grano è morto” sotto il peso della concorrenza e delle riduzioni di prezzo e per questo motivo stamani centinaia di agricoltori si sono riuniti al casello A1 Valdichiana-Bettolle, in provincia di Siena,  per mettere in scena il funerale di un prodotto che “deve essere tutelato perché rischia di scomparire.”

La protesta, con tanto di marcia funebre, carro e bara, è stata promossa da Confagricoltura, Cia, Apima e Cooperative, in rappresentanza degli agricoltori di Toscana, Umbria, Abruzzo e Lazio e ha visto la partecipazione di numerosi sindaci e istituzioni del territorio.

“E’ un grido di allarme contro una situazione che rischia di mettere in ginocchio i produttori locali, già fortemente indebitati, con conseguenze disastrose per l’economia nazionale – spiega il direttore di Confagricoltura Arezzo, Gianluca Ghini, presente alla manifestazione – Il nostro grano subisce senza alcuna difesa i colpi di una speculazione e di una concorrenza spietate”. Tutta la filiera di grano e pasta, secondo Confagricoltura, può essere italiana.

“Lo spazio per una produzione 100% italiana c’è – continua Ghini –  ma è necessario che l’attestazione di origine sia chiara in ogni singolo passaggio, dal campo allo scaffale, con indicazione obbligatoria sulle confezioni di pasta”.  Un cambiamento apprezzato dall’industria molitoria e che potrebbe diventare conveniente anche per i pastifici, se il prodotto totalmente made in Italy fosse poi valorizzato adeguatamente dalla grande distribuzione.

I numeri Istat e di Confagricoltura fotografano la realtà italiana. A fronte di una produzione nazionale di 4 milioni di tonnellate di grano duro, gli italiani ne consumano 3 tonnellate e le importazioni sono di 2,5 milioni. Invece le esportazioni, di granella e prodotti trasformati come la pasta, ammontano a 3,5 milioni di tonnellate. Altro discorso per il grano tenero, l’Italia ne consuma 7,3 milioni di tonnellate e la produzione è di 3 milioni. 4,5 milioni di tonnellate importate contro l’export di appena 200mila tonnellate.

“Oggi abbiamo celebrato il funerale del grano duro. Purtroppo – ha dichiarato Massimiliano Giansanti, vicepresidente nazionale di Confagricoltura, presente stamani alla manifestazione – l’andamento dei mercati mette in profonda crisi i nostri cerealicoltori del centro e sud Italia costretti a fare i conti un’economia dove le perdite accumulate nella coltivazione di questo prodotto sono superiori ai ricavi. Speriamo che questo momento possa passare velocemente perché stiamo vivendo il paradosso che oggi un agricoltore dà da mangiare a 200 italiani ma 200 italiani non riescono a dar da mangiare all’agricoltore. Questo non possiamo più permettercelo quindi è necessario oggi più che mai che la filiera del grano duro in Italia possa ritrovarsi intorno ad un progetto unitario che possa vedere gli imprenditori agricoli protagonisti al pari del settore dell’industria, come già ribadito nel recente convegno a Milano presso Aidepi. Ci auguriamo che con la costituzione della Cun, la Commissione Unica Nazionale, il ruolo della produzione primaria possa avere un adeguato riconoscimento in termini di prezzo nella valorizzazione del grano duro.”

Il territorio toscano e senese è da sempre vocato alla produzione di cereali (grano duro, grano tenero, orzo, mais, farro ed altri cereali minori) infatti su una SAU regionale di circa 755.000 ettari oltre 130.000, di media, vengono coltivati annualmente a cereali e, in particolare, di questi 80.000-85.000 ettari sono investiti a grano duro e circa 15.000-25.000 a grano tenero.

Gli oltre 20.000 cerealicoltori toscani producono mediamente da 2,8/3,5 milioni di quintali di grano duro e da 0,5 a 0,9 milioni di quintali di grano tenero.  In queste ultime settimane assistiamo ad un crollo ingiustificato del prezzo del grano duro e tenero con quotazioni di circa 15/18 euro al quintale che sono fortemente al di sotto dei costi di produzione.

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