C’è un grande assente nel referendum costituzionale sulla magistratura del 22 e 23 marzo: il diritto di voto accessibile. Non perché formalmente negato, ma perché reso, nei fatti, più difficile da esercitare per milioni di cittadini. Sono circa 5 milioni i fuorisede in Italia, lavoratori, studenti, persone che si spostano per motivi di cura, che per votare dovranno tornare nel proprio Comune di residenza.
Una scelta che pesa. E che sorprende, soprattutto perché arriva dopo un precedente recente: quello dei referendum sul lavoro del giugno 2025, quando il Governo aveva previsto una sperimentazione per il voto dei fuorisede, riuscita perfettamente nonostante il non raggiungimento del quorum. Una strada aperta, intrapresa ma non percorsa di nuovo.
Eppure stavolta non si tratta di un voto qualunque. Si interviene sulla Costituzione.
Il punto non è solo organizzativo, ma democratico. Se per esercitare il diritto di voto servono tempo, soldi e spostamenti anche lunghi, quel diritto rischia di diventare iniquo e diseguale.
Chi può permetterselo voterà.
Chi non può, probabilmente rinuncerà.
Il risultato è una partecipazione condizionata non dalle idee, ma dalle possibilità.
Il caso Siena: città universitaria, città esclusa
Il problema è ancora più evidente nelle città universitarie come Siena.
All’Università degli Studi di Siena, gli studenti provenienti da fuori provincia sono 10.422 su 14.833, pari al 70,26% del totale.
All’Università per Stranieri di Siena, la percentuale sale addirittura all’81,81%: 1.800 su 2.200 studenti.
Numeri che raccontano una realtà precisa: la maggioranza degli studenti vive lontano da casa. E per molti di loro votare significherà affrontare un viaggio, con costi e tempi non sempre sostenibili.
In altre parole, una parte consistente della popolazione più giovane (quella che più dovrebbe essere coinvolta nei processi democratici) rischia di restare fuori, insieme a quella fetta di lavoratori lontani dal comune di residenza di cui è difficile avere un numero.
Un problema democratico?
La domanda è inevitabile: è un problema democratico?
Sì, se si considera che il diritto di voto dovrebbe essere garantito in modo effettivo, non solo teorico.
Sì, se milioni di cittadini si trovano nella condizione di dover scegliere tra partecipare e sostenere un costo personale significativo.
E soprattutto sì, se si guarda alla natura del voto: questo è un referendum costituzionale confermativo, per cui non è previsto il quorum. Quindi il risultato sarà valido a prescindere dall’affluenza. Ma proprio per questo, la questione diventa ancora più delicata.
È accettabile modificare la Costituzione senza garantire il massimo livello possibile di partecipazione?
È sufficiente dire che “chi vuole votare può farlo”, anche quando farlo comporta ostacoli concreti?
La democrazia non è solo diritto formale. È anche accessibilità.
La mancata estensione della sperimentazione sul voto dei fuorisede appare, oggi, come un’occasione persa. Non si trattava di inventare un sistema nuovo, ma di proseguire un percorso già avviato lo scorso anno, di riconoscere che la mobilità, per studio, lavoro o esigenze di vita, è ormai una condizione strutturale del Paese e che la democrazia, per restare tale, deve adattarsi.
Votano gli italiani all’estero e non possono votare gli italiani fuorisede in Italia: un paradosso. Perché quando votare diventa difficile, a perdere non sono solo i fuorisede, è la qualità stessa della partecipazione democratica.