Coldiretti Siena: "Guerra in Ucraina, quasi 1800 aziende a rischio chiusura sul territorio"

L'allarme di Coldiretti: "Oltre 14mila euro in più per i costi di produzione”

Di Redazione | 28 Marzo 2022 alle 18:00

Coldiretti Siena: "Guerra in Ucraina, quasi 1800 aziende a rischio chiusura sul territorio"

Con la guerra oltre 1750 aziende agricole della provincia di Siena rischiano di chiudere. L’impatto del conflitto in Ucraina costerà mediamente 14mila 358 euro in più all’anno per le imprese agricole a causa dell’esplosione dei costi di produzione che superano di gran lunga quanto pagato agli agricoltori e agli allevatori per i loro prodotti riducendo l’autonomia alimentare del Paese e la sua capacità di rispondere a shock di approvvigionamento generati dalle tensioni internazionali. E’ questo l’impatto che le tensioni internazionali stanno avendo sulla sostenibilità economica delle attività agricole. E’ quanto emerge dall’analisi di Coldiretti Siena su dati Crea in riferimento agli effetti della guerra in Ucraina dopo la crisi generata dalla pandemia Covid.

La guerra in Ucraina ha sconvolto i mercati agricoli ed energetici costringendo l’Europa, ed il nostro Paese, ad un cambio istantaneo di strategie e le imprese ad un nuovo periodo di grande sofferenza. – analizza Coldiretti Siena –. L’aumento schizofrenico dei prezzi, in particolare di quelli dell’energia, fertilizzanti e mangimi, iniziato già prima dell’avvio del conflitto, sta compromettendo la capacità economica delle aziende agricole che non hanno più la forza per coprire i costi fissi e di far fronte ai debiti di funzionamento. Oggi abbiamo un incremento esponenziale delle aziende che, a queste condizioni, chiuderanno i bilanci un reddito netto negativo molto pesante che significa sospensione o peggio ancora chiusura delle attività. E’ necessario intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi immediati e strutturali per salvare aziende e stalle. Occorre lavorare da subito – prosegue Filippi – per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali”.

In pratica, secondo l’indagine di Crea, ben il 38% di aziende si trova costretta a lavorare in una condizione di reddito negativo con un impatto non solo sul fronte produttivo, ma anche su quello occupazionale, ambientale, della biodiversità e della gestione dei territori, spiega Coldiretti secondo lo studio Crea. Prima di questa nuova fase congiunturale internazionale le imprese che avevano un reddito netto negativo era intorno al 9%. Dall’energia ai concimi, dal foraggio per gli animali alle sementi, dal gasolio alle piantine la prima linea de rincari sulla quale stanno combattendo le aziende agricole si allunga sempre di più – evidenzia Coldiretti – con aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio con incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro in media ma con punte oltre 47mila euro per le stalle da latte e picchi fino a 99mila euro per gli allevamenti di polli, secondo lo studio del Crea. Ad essere più penalizzati con i maggiori incrementi percentuali di costi correnti – continua Coldiretti – sono proprio le coltivazioni di cereali, dal grano al mais, che servono al Paese a causa dell’esplosione della spesa di gasolio, concimi e sementi e l’incertezza sui prezzi di vendita con le quotazioni in balia delle speculazioni di mercato. In difficoltà serre e vivai per la produzione di piante, fiori, ma anche verdura e ortaggi seguiti dalle stalle da latte.  Il taglio dei raccolti causato dall’incremento dei costi – sottolinea Coldiretti – rischia, di aumentare la dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti agroalimentari con l’Italia che è già obbligata ad importare il 64% del grano per il pane, il 44% di quello necessario per la pasta, ma anche il 16% del latte consumato, il 49% della carne bovina e il 38% di quella di maiale, senza dimenticare che con i raccolti nazionali di mais e soia, fondamentali per l’alimentazione degli animali, si copre rispettivamente appena il 53% e il 27% del fabbisogno italiano secondo l’analisi del Centro Studi Divulga. 

L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che sono stati costretti a ridurre la produzione di cereali e del mais perché molte industrie per miopia hanno preferito continuare ad acquistare per anni in modo speculativo sul mercato mondiale, approfittando dei bassi prezzi degli ultimi decenni.  Per ogni euro speso dai consumatori in prodotti alimentari freschi e trasformati appena 15 centesimi vanno in media agli agricoltori ma se si considerano i soli prodotti trasformati la remunerazione nelle campagne scende in media addirittura ad appena 6 centesimi, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea. Ad esempio dal grano al pane il prezzo aumenta oggi di ben 13 volte. Per Coldiretti Siena occorre inoltre “investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità che minaccia il 30% delle produzioni agricole regionali ma serve anche contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica e le Nbt a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici.



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