Dal carcere al teatro: “Le donne del muro alto” portano in scena amore e libertà

La compagnia teatrale nata nella sezione femminile di Rebibbia porta in scena una storia di amore e libertà e apre il confronto con gli studenti su diritti, inclusione e seconde possibilità

Di Redazione | 11 Marzo 2026 alle 13:00

Dal carcere al teatro: “Le donne del muro alto” portano in scena amore e libertà

Amore, rabbia e coraggio sono i temi al centro di “Ramona e Giulietta”, l’incontro-spettacolo portato al Santa Chiara Lab dalla compagnia teatrale Le donne del muro alto, nata all’interno della sezione femminile della casa di reclusione di Rebibbia e diretta dalla regista Francesca Tricarico.

Davanti a studentesse e studenti, le attrici — ex detenute o oggi in misure alternative — hanno raccontato la storia di due donne recluse che, nonostante sbarre e pregiudizi, trovano la forza di vivere e rivendicare il proprio amore. La rappresentazione è stata accompagnata da un momento di dialogo con il pubblico, trasformando lo spettacolo in un’occasione di confronto su legalità, inclusione e reinserimento sociale.

“Noi siamo particolarmente legati a Siena”, ha spiegato la regista Francesca Tricarico. “Le donne del muro alto nascono nel 2013 all’interno del carcere femminile di Rebibbia con una compagnia di attrici detenute e poi, dal 2020, la compagnia lavora anche fuori con attrici ex detenute”.

Il rapporto con la città e con l’università, ha ricordato Tricarico, è nato proprio grazie ai primi inviti fuori dal Lazio: “Siena è stato fin dall’inizio, grazie al professor Mugnaini dell’Università di Siena, il primo luogo che ci ha invitato al di fuori della Regione Lazio. Da lì è partita la nostra prima tournée nel 2020, e negli anni questa collaborazione e questo sodalizio sono continuati”.

Al centro del dibattito anche il tema dell’affettività in carcere e dei diritti LGBTQI+, affrontati come diritti fondamentali della persona.

“Tocchiamo una tematica che è sempre attuale, l’amore saffico”, ha spiegato Bruna Arceri, tra le protagoniste della compagnia. “Quando l’amore diventa anche un pretesto per parlare di diritti. Dopo aver vissuto l’esperienza della prima unione civile nel carcere di Rebibbia nel 2017, abbiamo deciso di realizzare questo spettacolo”.

Per le attrici, il teatro diventa anche uno strumento per raccontare esperienze personali e lanciare messaggi alle nuove generazioni.

“Nel mio percorso carcerario ho incontrato tante giovani perse, sole, senza una guida sull’omosessualità», ha raccontato Betti Guevara. «Io sono una mamma con due figlie omosessuali e voglio trasmettere questo: che l’amore non ha sesso e l’amore è unico”.

Un messaggio di speranza e determinazione è arrivato anche da Daniela Savu, che ha invitato i giovani a non arrendersi: “Ho un messaggio che vi voglio trasmettere: in ogni punto della vostra vita lottate, lottate per tutto quello che volete ottenere. Può essere un percorso difficile, ma nella vita non è impossibile”.



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