“Ringrazio Siena TV per aver dato spazio anche a una voce diversa rispetto a quella prevalente”. Così Raffaele Ascheri, autore del blog Eretico di Siena e scrittore, ha aperto il suo intervento nella seconda parte della trasmissione David Rossi – Alla ricerca della verità. Ascheri ha ripercorso le sue posizioni sul caso del manager del Monte dei Paschi, morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla sede della banca, ribadendo con fermezza la propria convinzione: “Per me resta un suicidio, come lo era per tutti nei primi giorni”.
«Criticai Rossi da vivo»
Interpellato su un post pubblicato poche ore dopo la morte di Rossi – in cui scriveva di non essere “abituato a cambiare idea neanche davanti a eventi luttuosi” – Ascheri ha chiarito che si trattava di un giudizio sul ruolo professionale del dirigente all’interno di Banca Monte dei Paschi di Siena, non sulla dinamica della morte. “Io Rossi l’avevo criticato quando era vivo e potente – ha spiegato –. Dopo quell’articolo fui indicato come possibile istigatore del suicidio. Mi cercarono giornalisti nazionali, e sui social e sul blog partì una vera caccia al colpevole”.
Alla domanda se si fosse sentito trasformato in un capro espiatorio, Ascheri ha risposto senza esitazioni: “Sì. Ricordo anche aperture di telegiornali che parlavano di “clima creato”. In quei giorni qualcuno mi consigliava persino di non uscire di casa”.
Commissioni, perizie e magistratura
Entrando nell’attualità, Ascheri ha sottolineato la differenza tra i lavori parlamentari e le conclusioni giudiziarie: “La Commissione è importante, ma resta un organo politico. La magistratura, al momento, non ha riaperto alcun fascicolo per omicidio”. Ha ricordato le consulenze tecniche svolte negli anni, citando quelle che a suo dire propendono per l’ipotesi suicidiaria, comprese perizie dei RIS e consulenze medico-legali richieste dalla Procura: “Se vogliamo usare una metafora calcistica, siamo due a uno per il suicidio”.
Il cambio di narrazione
Ascheri riporta un episodio riferito dalla dottoressa Ilaria Dalla Riva in sede giudiziaria: “Nel 2013 l’allora avvocato della famiglia avrebbe prospettato ai vertici Mps una soluzione economica per – ha spiegato – chiudere la questione, parlando di cifre superiori a quanto già riconosciuto. Da quel momento inizia la narrazione omicidiaria. Prima la famiglia, senza eccezioni, riteneva si trattasse di suicidio, anche perché conosceva lo stato di prostrazione di Rossi”. Un’interpretazione che Ascheri ha ribadito più volte nel corso della trasmissione, arrivando ad affermare: “Se Monte dei Paschi avesse accordato quella cifra, probabilmente non ci sarebbe stato alcun “caso Rossi””.
L’incontro con la mental coach
Ampio spazio è stato dedicato al colloquio tra Rossi e la mental coach Carla Lucia Ciani la mattina del 6 marzo. Ascheri ha da sempre definito quella testimonianza «cruciale», spiegando di attribuire maggiore peso alle dichiarazioni rese dalla professionista davanti ai pm nel 2013 rispetto a quanto affermato anni dopo in Commissione parlamentare. “Davanti ai magistrati parlò di una condizione tipica del presuicidio – ha detto –. In Commissione ha attenuato molto quei passaggi. Per me fa più fede ciò che è stato messo a verbale subito dopo i fatti”.
Paura dell’arresto, autolesionismo e mail
Secondo Ascheri, esistono diversi elementi documentali compatibili con l’ipotesi suicidiaria:” la paura di un arresto, i segni di autolesionismo scoperti la sera precedente, e una mail inviata da Rossi a Viola in cui scriveva “stavolta mi suicido davvero”. Non basta essere ansiosi per togliersi la vita – ha precisato – ma qui c’erano perquisizioni invasive, timore di perdere il lavoro, voci su un possibile sostituto, una pressione enorme. E poi le lettere: tre biglietti autografi riconosciuti anche dalla perizia della famiglia. Fermarsi in mezzo a una colluttazione per scrivere tre lettere sarebbe fantascienza giudiziaria”.
«Nessuna colluttazione, nessun Dna»
Nel lungo elenco di argomenti portati a sostegno della sua tesi, Ascheri ha citato anche l’assenza di segni di colluttazione nell’ufficio, la camicia trovata con tutti i bottoni, la mancanza di Dna estraneo sotto le unghie e il fatto che eventuali aggressori avrebbero lasciato intatti agende, chiavette e documenti. “Se fosse stato un omicidio – ha sostenuto – qualcuno avrebbe visto o sentito qualcosa, non ci sono tracce biologiche. Tutti elementi che rendono questa ipotesi estremamente fragile”.
«Mi spinge lo scempio della verità»
In chiusura, Ascheri ha spiegato cosa lo abbia portato a occuparsi per anni del caso: “Lo scempio della verità. Io credo che la verità sia quella a cui ci si avvicina studiando i documenti – ha concluso-. Il movente del suicidio è forte ed è ampiamente documentato. Purtroppo il suicidio esiste, e qui c’erano tutti i prodromi psicologici perché accadesse”.