David Rossi, la ricostruzione di Zavattaro: "Aggressione in un locale sotterraneo di Mps, non in ufficio. Lo dicono le suole e le ferite al volto"

Per il generale le ferite al volto sarebbero il segno di una possibile aggressione avvenuta prima della caduta, non dentro l’ufficio ma in un locale sotto il palazzo.

Di Simona Sassetti | 18 Febbraio 2026 alle 23:10

È tornato a parlare in televisione dopo anni, e lo ha fatto nella sesta puntata di “David Rossi – Alla ricerca della verità”, il generale dei Carabinieri in congedo Davide Zavattaro, perito della Procura nel 2016 insieme al medico legale Cristina Cattaneo. La puntata ha incrociato l’attualità (l’annuncio di una nuova perizia sulle lesioni al volto e al corpo, che verrà presentata martedì in Commissione parlamentare d’inchiesta) con i materiali di allora: immagini della Polizia Scientifica, rilievi autoptici, fotografie della finestra, foto dell’ufficio e delle scarpe. Il risultato è stato un racconto in cui Zavattaro ha messo in fila ciò che, a suo avviso, “non torna”, cosa è secondo lui “assodato” e quali ipotesi restano compatibili con i segni oggettivi.

Le ferite al volto: il nodo che torna d’attualità

Martedì prossimo il medico legale Robby Manghi presenterà una nuova perizia sulle lesioni al volto e al corpo. Una perizia che, nelle parole riportate del presidente della Commissione Gianluca Vinci, dovrebbe provare a spiegare “quelle ferite che tutti hanno sempre dichiarato non compatibili con la caduta”.

Ed è su questo punto che Zavattaro entra con una valutazione netta, riferita alla consulenza del 2016: “Noi nella nostra relazione avevamo individuato tre ferite: naso, base del naso e labbro. A nostro avviso sembrano allineate come se avesse sbattuto contro uno spigolo”. La trasmissione rimanda la foto del volto, e viene distinta la ferita “A” (quella che Zavattaro collega al pomello superiore della finestra) dalle altre due, “al naso e al labbro”, che “restano da spiegare”. La sua risposta sposta l’asse su due elementi: la geometria delle ferite e i fazzoletti trovati in ufficio. “Queste ferite ci dicono abbastanza – sostiene – perché nel cestino dell’ufficio del Rossi c’erano 3-4 fazzoletti di carta che sembrano rappresentare una ventina, una trentina di volte la stessa forma geometrica”.

Il concetto è che non si tratta di una semplice abrasione occasionale, ma di una lesione che avrebbe richiesto tempo per essere tamponata ripetutamente: “Le ferite al labbro pulsano – spiega – , sono estremamente fastidiose”.

E qui arriva il passaggio più delicato: il “quando” e il “come” quelle lesioni si sarebbero formate. Zavattaro lo dice in modo prudente, ma orientato: “Io trovo improbabile che una persona, per quanto angosciata, urti così violentemente uno spigolo in quella maniera, di solito l’urto degli spigoli è più frontale, non così laterale da essere colpito su tre punti”.

Da questa considerazione, la sua lettura si fa più esplicita: “È altamente probabile che lui abbia avuto una discussione animata- afferma –  più che colluttazione una vera e propria minaccia, una piccola aggressione”. Non nell’ufficio, però. E questo è un passaggio che Zavattaro ribadisce più volte: l’ufficio, nelle immagini, non mostra segni di rissa.

Ufficio: “nessuna traccia di colluttazione”. E quel bicchiere “con un dito d’acqua”

Nel flusso della puntata, le ferite al volto diventano il ponte per affrontare la questione “ufficio”: se quelle lesioni non derivano dalla caduta, e non derivano dalla finestra, possono essere avvenute lì dentro? Zavattaro è netto nel separare “discussione/minaccia” da “colluttazione in ufficio”.

A nostro avviso no, perché nell’ufficio non c’è alcuna traccia di colluttazione”, afferma. E indica un dettaglio diventato quasi simbolico del suo ragionamento: “Mi ha colpito il bicchiere di carta sulla scrivania con dentro un dito d’acqua, basta niente e quello cade”.

Per lui l’ordine dell’ambiente è un dato che non si sposa con l’idea di una lotta fisica avvenuta lì. E aggiunge un’altra considerazione, che lega la sequenza degli eventi:“Ha avuto il tempo di tamponarsi e scrivere le lettere: sono attività che uno fa da solo”. Da qui l’ipotesi: l’incontro sarebbe avvenuto altrove, e Rossi sarebbe rientrato in ufficio già ferito e agitato.

Le suole e la sostanza biancastra: “dimostrano che non è stato sempre in ufficio”

Dalle lesioni al volto, la puntata scivola sulle scarpe. Le immagini delle suole mostrano una “sostanza biancastra” evidente in una foto e meno evidente in un’altra (scattata in obitorio). Zavattaro usa proprio quel confronto per sostenere una cronologia: “Il trasporto in obitorio è come se avesse ridotto questa quantità”.

La domanda è: da dove arriva quella sostanza? E, soprattutto, cosa significa. Zavattaro non si spinge a identificarla con certezza (“non avevamo le scarpe”), ma insiste su un punto: quella sostanza non sarebbe compatibile con il vicolo e nemmeno con il pavimento dell’ufficio. “Questa sostanza non c’è nell’ufficio di Rossi- afferma-, non c’è dove c’è il marmo e non c’è neanche nel vicolo”.

Per Zavattaro è probabile che Rossi sia stato in un luogo sotto l’ufficio, raggiungibile scendendo sotto il piano terra, dove nel sopralluogo del 2016 fu notata una presenza diffusa di un materiale biancastro. “Sotto l’ufficio – spiega – c’è un camminamento che era intriso di salnitro. Io stesso camminai sopra quel salnitro con scarpe simili e mi resi conto che dopo una mezz’oretta molta di questa sostanza era rimasta adesa alle mie suole”.

Zavattaro precisa che si tratta di un’ipotesi (“non ho detto che è lo stesso materiale”), ma il punto resta: le suole, per lui, raccontano uno spostamento. “Le scarpe dimostrano che lui non è stato tutto il tempo nel suo ufficio ma è uscito”. A quel punto Zavattaro collega il tema a un elemento psicologico: la paura di essere spiato.

“Pensava che il suo ufficio fosse imbottito di microspie”: l’idea del luogo “sicuro”

Nella ricostruzione di Zavattaro un eventuale incontro “teso” non sarebbe avvenuto dentro l’ufficio. “Rossi era convinto che il suo ufficio fosse imbottito di microspie – afferma – invitava a non avere comunicazioni con lui finché fosse rimasto dentro le mura del suo ufficio”. Da qui la logica: se davvero temeva microspie, “un incontro era molto più probabile effettuarlo al di fuori del suo ufficio che non all’interno”. E il camminamento sotto il livello stradale diventa, nella narrazione della puntata, il possibile “luogo sicuro”: un posto dove parlare senza essere ascoltati.

Rossi può aver deciso di ritrovarsi con una persona in questo sotterraneo, come luogo sicuro?. Zavattaro frena sul salto logico ma mantiene l’impianto: “È una delle ipotesi – spiega-, un’altra potrebbe essere il piano superiore dove c’erano lavori. Una terza ipotesi un altro luogo”.

La dinamica della caduta

Sulla nuova perizia presentata dal tenente colonnello Gregori che parla di “afferramento” da parte di terzi, Zavattaro non la liquida, ma la riporta dentro un quadro più ampio. Prima una premessa: “Le ipotesi sono tre: non suicidio contro omicidio, ma anche la disgrazia. Quello che resta per me molto chiaro è che l’uscita dalla finestra, quindi il posizionamento del corpo, è stato volontario, questa uscita è spontanea”.

I suoi “quattro elementi oggettivi” diventano in trasmissione soprattutto due: i fili antipiccione e le scheggiature dello zoccolo. Guardando la foto della finestra, Zavattaro fa notare la presenza di “quattro fili”, uno sopra la sbarra e tre sotto. E insiste sulla natura dei segni: “I tre fili hanno segni di calpestamento- spiega -non di strappo”. Poi le schegge: “Una quantità enorme di scheggiature di legno- aggiunge – altamente compatibile con l’ipotesi che qualcuno abbia messo un piede per scavalcare”.

L’afferramento, però, non viene escluso: “Non nego che sia stato possibile l’afferramento – aggiunge –  ma con l’intenzione di trainarlo verso l’alto”. E qui arriva l’ipotesi “disgrazia” che, nel suo schema, resta sempre in campo: qualcuno può aver tentato di salvarlo, ma poi non avrebbe chiamato soccorsi. “Il reato a questo punto sarebbe un altro: omissione di soccorso”.

Sull’uscita volontaria dalla finestra de parte di Rossi per Zavattaro è la ferita alta sul volto a spiegarla (quella che lui stesso definisce “A”): “Quando abbiamo resumato il cadavere – spiega –  quella ferita conteneva forti tracce di rame, materiale di cui è composto anche quel nottolino della finestra in alto al centro”.

E aggiunge l’elemento geometrico: “L’altezza di Rossi con le scarpe e con quello zoccolo lo porta perfettamente ad urtare contro quel tipo di oggetto”. Per Zavattaro questa concatenazione (piede sullo zoccolo, urto col pomello, schegge, fili calpestati) è “altamente incompatibile con l’ipotesi che terze persone lo abbiano posizionato” fuori dalla finestra.

Le lettere: “ho fatto una cavolata”. E l’ipotesi di un incontro “violento”

Dalla tecnica si passa al testo. La trasmissione mostra le tre lettere e Zavattaro sottolinea un elemento: la parola ricorrente “cavolata” e l’evoluzione grafica.

“Nella prima la grafia è scoordinata, non mette punteggiatura… poi cerca di calmarsi… nella terza aumenta la punteggiatura, c’è una struttura”. Per lui la grafia racconta l’angoscia: “Nella terza lui riconosce di essere angosciato… dà un nome a questo suo disagio”. Poi la deduzione: “Cosa è successo di così angoscioso in quell’incontro che sicuramente ha avuto una componente violenta, probabilmente una minaccia”.

Zavattaro propone una sua lettura, dichiarandola come ipotesi personale: “Qualcuno può aver chiesto a Rossi di fare qualcosa che lui non era in grado di fare – afferma –  una richiesta di carattere finanziario che lui non era in grado di soddisfare. Io non ho sentito mai commenti di persone che odiassero Rossi o che a qualcuno convenisse che Rossi morisse”. Quindi, nella sua idea, la pressione non sarebbe stata finalizzata alla morte: “Rossi poteva far comodo a qualcuno – la pressione poteva essere per ‘spremere’ questo soggetto per avere un vantaggio”.

Come si incastra l’afferramento con la “minaccia”

Se c’è stato un incontro teso e poi una uscita volontaria, come entra in scena l’ipotesi di un afferramento? Zavattaro torna al suo schema a tre: suicidio/disgrazia come ipotesi principali, afferramento non escluso. “L’afferramento non lo trovo incompatibile con tutto quello che abbiamo detto”. E propone una scena possibile (dichiarata come ipotesi): chi aveva minacciato Rossi potrebbe essere tornato a verificare una richiesta non soddisfatta, trovandolo fuori dalla finestra. “Ti do mezz’ora poi è andato a verificare, si trova Rossi fuori e gli dice: cosa stai facendo, torna dentro”. Perché non avvisare i soccorsi? Zavattaro risponde con una motivazione “di contesto”: “Quell’incontro non doveva mai essere avvenuto e quindi quella persona non doveva essere lì”.

Martedì, con la nuova perizia sulle lesioni al volto e al corpo, un altro pezzo potrebbe aggiungersi. E la trasmissione, ancora una volta, promette di ripartire da lì: dalle immagini, dai segni, dai dettagli.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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