In Toscana, e a Siena in particolare, parlare di dialetto è sempre un esercizio curioso. Perché, a ben vedere, non esiste un vero e proprio “dialetto toscano” riconosciuto, almeno non nel senso classico del termine. Eppure, mai come qui il modo di parlare racconta l’identità dei luoghi, i confini invisibili tra vallate, colline e comunità.
La Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, che si celebra oggi 17 gennaio, diventa così l’occasione per riflettere su una peculiarità tutta nostra: una lingua che sembra italiana, ma non lo è fino in fondo, e che cambia sensibilmente nel giro di pochi chilometri.
Una provincia, molte voci
La provincia di Siena è un piccolo atlante linguistico. Non tanto per differenze lessicali clamorose, quanto per sfumature fonetiche e influssi storici che si intrecciano.
Il senese, inteso come parlato urbano e provinciale, si estende a nord fino a San Gimignano e Poggibonsi, pur con evidenti contaminazioni empolesi e fiorentine. Da qui scende lungo tutta la provincia fino alla Val d’Orcia, trovando in Castiglione d’Orcia un vero e proprio limite geografico e linguistico. Già nelle frazioni più alte dello stesso comune, infatti, il parlato cambia volto, lasciando spazio all’amiatino, linguaggio marcato e riconoscibile, che domina ad Abbadia San Salvatore e Piancastagnaio.
Sempre in Val d’Orcia, le differenze sono nette anche all’interno della stessa area: il parlato di San Quirico d’Orcia e Montalcino puramente di matrice senese, mentre Pienza inizia già ad aprire le porte al dialetto chianino, che attraversa tutta la fascia sud-orientale della provincia: Chiusi, Sarteano, Cetona, risalendo poi verso Montepulciano, Torrita e Sinalunga.
Un mosaico linguistico che non ha mai prodotto un dialetto “ufficiale”, ma che restituisce una straordinaria varietà di accenti, cadenze e pronunce.
Toscani: convinti di parlare italiano
E poi c’è l’aspetto forse più divertente (e totalmente nostro), quello che riguarda la nostra autopercezione linguistica. Caratteristica comune (e in questo Siena fa scuola) è che si parla nello stesso modo in casa, fuori casa, in città o quando si va in altre regioni. Nessun cambio di registro, nessuna “traduzione” mentale.
A differenza di un piemontese o di un lucano, che sanno perfettamente di alternare dialetto e lingua nazionale, noi toscani siamo spesso convinti di parlare italiano puro. Una convinzione che, inconsciamente, regala anche una certa patente di superiorità linguistica.
I linguisti, però, ci riportano alla realtà: quello che parliamo è italiano regionale toscano, una varietà con regole, lessico e strutture proprie, generalmente corrette, ma non sempre esatte. E infatti per chi viene da fuori, molte espressioni risultano un mistero linguistico.
Basta dire: “apri la cannella dell’acquaio”, “prendi la sistola”, “mi presti l’appuntalapis”, “Gazzilloro” (che sappiamo tutti non essere riferito all’animale), “il tu’ citto”, “Io vo e fo” , “andare in collo”,…
Ecco, per noi tutto normale, ma, per il resto d’Italia, quasi una lingua straniera.
Una ricchezza da custodire
In una regione che ha dato origine all’italiano letterario, il paradosso è evidente: non avere un dialetto forte non significa non avere una lingua, ma possederne tante, sottili, vive e profondamente radicate nel territorio.
La Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali serve anche a questo: ricordare che ogni inflessione racconta una storia, ogni pronuncia segna un confine culturale, ogni parola “strana” è un pezzo di patrimonio immateriale.
E Siena, con la sua provincia dalle mille voci, ne è uno degli esempi più affascinanti.
