“Ho avuto paura di morire”. Due medici delle Scotte a giudizio dopo l’intervento

Donna denuncia gravi complicazioni dopo l’impianto del dispositivo per la chemioterapia: “Sapevo che qualcosa non andava”. In aula testimonianze e commozione

Di Andrea Bianchi Sugarelli | 22 Gennaio 2026 alle 8:31

“Ho avuto paura di morire”. Due medici delle Scotte a giudizio dopo l’intervento

“Ho avuto la sensazione di essere squarciata in due”. Dentro l’aula del Tribunale, davanti al giudice Alessandro Maria Solivetti Flacchi, una cinquantenne senese residente in Valdelsa ha ricostruito – con voce spezzata dall’emozione – il percorso che quattro anni fa ha cambiato la sua vita. Un tumore al seno, la diagnosi, l’operazione, la chemioterapia. E poi, il presunto errore nell’inserimento di un port venoso che, secondo l’accusa sostenuta dal sostituto procuratore, dottoressa Valentina Magnini, avrebbe aggravato la sua condizione. Un calvario clinico e umano ora al centro del processo per lesioni colpose iniziato ieri, con due medici del policlinico Le Scotte sul banco degli imputati.

La vicenda risale al gennaio 2022: alla donna, infermiera da trent’anni, viene diagnosticato un tumore mammario. La prima biopsia suggerisce una bassa proliferazione cellulare, ma dopo poche settimane l’esame istologico ribalta il quadro e parla già di rischio metastatico. Si procede così con la rimozione dei linfonodi e con l’impianto del port, il piccolo dispositivo sottocutaneo che permette la somministrazione regolare dei farmaci chemioterapici tramite una vena centrale: “Un passaggio delicato, ma fondamentale”, per chi deve curarsi.

Ma qualcosa, secondo la ricostruzione della Procura di Siena, non va come previsto. La donna – difesa dall’avvocato Luca Palazzoni del foro di Lucca – racconta in aula le tappe di quei giorni: dalla mastectomia conservativa di febbraio al primo ciclo di chemio presso l’ospedale di Campostaggia: “Durante la premedicazione ho iniziato a sentire un pizzicore all’esofago. L’infermiera mi ha rassicurata, ma dopo poco non riuscivo più a deglutire nemmeno un sorso d’acqua. La pressione aumentava, il collo diventava rosso. Mi hanno parlato di una possibile reazione allergica, ma il dolore non passava” ha detto ancora la donna.

Il racconto si fa più drammatico: “Quando hanno somministrato la soluzione fisiologica, ho provato un bruciore intenso… come se mi avessero squarciato in due”. In aula la donna si commuove, fermandosi a più riprese. “Sapevo cosa stava succedendo, facendo l’infermiera: temevo che il port non fosse in vena, come immediatamente confermato dagli esami”.

Il sospetto si traduce rapidamente in emergenza clinica: la terapia viene interrotta, la paziente viene trasferita d’urgenza alle Scotte, dove radiografie e tac confermano il timore – il port era posizionato fuori dalla vena. Il dispositivo viene rimosso e sostituito con un altro sistema (un Picc), ma la paziente resta ricoverata per oltre due settimane in Medicina d’urgenza, tra antibiotici h24 e controlli serrati. “In quei giorni ho temuto davvero per la mia vita”, ricorda ancora davanti al giudice.

La querela viene presentata alla Procura di Siena poco tempo dopo. Nel frattempo, fallisce anche il tentativo di conciliazione tra le parti: “Voglio andare avanti”, ha ribadito la donna sia alla pm Magnini sia al giudice Solivetti Flacchi. Le difese dei medici – rappresentate dagli avvocati Lorenzo De Martino, Beniamino Schiavone e Sabrina Bertelli – contestano alcune domande del sostituto procuratore e le dichiarazioni della parte offesa in sede di querela, ma la paziente si mostra ferma: “Ho sempre raccontato la stessa versione dei fatti”.

Nell’udienza di ieri è stato ascoltato anche il medico anestesista che partecipò all’intervento: “La prova del ritorno di sangue viene sempre effettuata, ma non ricordo il caso specifico”, ha spiegato in aula. L’istruttoria si preannuncia lunga e complessa: il giudice ha già calendarizzato l’audizione di otto testimoni del pm per le prossime udienze del 4 febbraio e 15 aprile. La dottoressa Magnini ha anche annunciato la citazione, tra i testimoni, del grande chirurgo Donato Casella, oggi a Torino, ma che nel 2022 operava alle Scotte.

Saranno le prossime tappe e testimonianze a chiarire se si sia trattato di una tragica fatalità o di un errore con rilevanza penale. Nel frattempo, la vicenda resta sospesa tra la necessità di fare luce su quanto avvenuto e il rispetto per la sofferenza di chi, ieri, in aula, ha rivissuto il dramma di quei giorni: “Ho avuto paura, tanta paura. E non la auguro a nessuno”.

Andrea Bianchi Sugarelli

Andrea Bianchi Sugarelli è giornalista professionista con una lunga esperienza maturata nelle tv senesi e nella stampa locale dove dal 1996 ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità negli ambiti dello sport, cultura, Palio e cronaca giudiziaria. Nato a Siena nel 1973, nel corso della sua carriera ha gestito le attività di comunicazione per le Città del Vino, svolgendo anche le funzioni di portavoce e curando i rapporti istituzionali con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Agricoltura. Ha inoltre fatto parte del CdA dell’antica Biblioteca degli Intronati. Ha guidato il settore comunicazione del Siena Calcio in serie C e, tra il 2020 e il 2021, è stato responsabile della comunicazione per il sindaco di Siena, Luigi De Mossi, e delle Società partecipate del Comune. Ha un percorso accademico che si è svolto nelle università di Siena e Firenze e alla Luiss Business School. È autore e co-autore di saggi di carattere storico e di attualità.



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