Una regione solida, ma non impermeabile. Una terra che continua a mostrare capacità di tenuta istituzionale ed economica, ma che allo stesso tempo presenta zone d’ombra sempre più evidenti, soprattutto quando si parla di infiltrazioni mafiose. È una fotografia complessa, quella che emerge dall’ultimo rapporto Irpet su illegalità e criminalità organizzata nell’economia toscana, presentato a Firenze, a Palazzo Strozzi Sacrati.
Il dato che più colpisce è quello legato all’economia non osservata, che in Toscana raggiunge i 14,3 miliardi di euro, pari al 10,3% del Pil regionale. Una cifra che racchiude sia il sommerso sia l’illegale e che restituisce immediatamente la dimensione del fenomeno. A questo si aggiunge un’evasione Irpef pari a 2,4 miliardi, con un tax gap che sfiora il 17%. Numeri che non possono essere considerati marginali e che indicano chiaramente come una parte significativa dell’economia sfugga ai controlli e alle regole.
Ma è soprattutto la qualità di questa illegalità a preoccupare. Non siamo di fronte, infatti, a una presenza mafiosa tradizionale, fatta di controllo militare del territorio o di violenza diffusa. Al contrario, il rapporto descrive una criminalità che si muove in modo silenzioso, mimetico, sofisticato, capace di inserirsi nei meccanismi dell’economia legale sfruttandone le fragilità.
Le porte d’ingresso sono quelle dei reati economici e fiscali: false fatture, evasione, riciclaggio, società di comodo. Strumenti che permettono alle organizzazioni criminali di ripulire e reinvestire capitali illeciti, spesso senza lasciare tracce evidenti. È qui che la Toscana diventa terreno interessante: non tanto da conquistare con la forza, quanto da utilizzare come piattaforma per far fruttare denaro.
Le aree più esposte coincidono con quelle più dinamiche: l’asse Firenze–Prato–Pistoia, cuore produttivo della regione, e le zone costiere, dove la logistica e i traffici commerciali aprono ulteriori spazi di penetrazione. Non è un caso che tra i settori più vulnerabili emergano il manifatturiero, il turismo, la ristorazione e la gestione dei rifiuti. Ambiti in cui la circolazione di denaro è elevata e i controlli, talvolta, possono risultare più difficili.
Particolarmente significativa è la diffusione della contraffazione, che coinvolge ben otto province su dieci e colpisce uno dei simboli dell’economia toscana: la qualità, in particolare nel settore della moda. La Toscana, sotto questo profilo, si colloca tra le prime regioni italiane per sequestri, con una quota pari all’11% del totale nazionale.
Se si guarda alla classifica complessiva, la regione mantiene un livello di rischio definito medio-basso, posizionandosi al nono posto in Italia. Un dato che potrebbe apparire rassicurante, ma che va letto con attenzione. Perché se gli indicatori legati al radicamento diretto delle mafie restano relativamente contenuti, è sulle attività illecite che la Toscana mostra segnali più critici, arrivando fino al quarto posto. Un elemento che conferma come il problema non sia tanto la presenza visibile, quanto la capacità di infiltrazione economica.
A rendere il quadro ancora più articolato è la presenza di criminalità straniera organizzata. In particolare, il rapporto segnala la crescente pericolosità dei gruppi cinesi nell’area di Prato, dove si registrano dinamiche di conflitto interno che richiamano vere e proprie logiche di “guerra di mafia”. Parallelamente, si rafforza anche la criminalità albanese, attiva soprattutto nel traffico di droga, nel riciclaggio e nella compravendita di attività economiche.
Un altro indicatore importante è quello del lavoro irregolare, che in Toscana coinvolge circa 137 mila persone, pari all’8% degli occupati. Un fenomeno radicato soprattutto nel tessile e nell’agricoltura, e geograficamente più diffuso nelle aree di Prato, lungo la costa tirrenica e nelle zone rurali interne. Anche questo rappresenta un terreno fertile per l’infiltrazione di dinamiche illegali.
Eppure, accanto a queste criticità, il rapporto restituisce anche l’immagine di una regione che dispone di forti anticorpi. Gli indici sulla qualità istituzionale e amministrativa risultano infatti superiori alla media nazionale, segno di una macchina pubblica che funziona e che è in grado, almeno in parte, di contenere e contrastare il fenomeno.
“Il tessuto produttivo mostra segnali di tenuta ma anche vulnerabilità localizzate che meritano attenzione”, ha sottolineato il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, intervenendo durante la presentazione del rapporto. “Con l’impegno congiunto delle istituzioni possiamo raggiungere risultati importanti”.
Il punto centrale, secondo Giani, è la condivisione delle informazioni tra i diversi livelli istituzionali, condizione necessaria per costruire strumenti efficaci di contrasto. “Il rapporto Irpet si conferma fondamentale per orientare le politiche e rafforzare gli anticorpi contro i fenomeni mafiosi”, ha aggiunto.
Sulla stessa linea anche la vicepresidente Mia Diop, che ha ribadito la necessità di non abbassare la guardia: “La Toscana non è immune, ma possiede strumenti di prevenzione importanti. Dobbiamo continuare a studiare le mafie e a parlarne, soprattutto per educare le nuove generazioni alla legalità”.
Nel corso della mattinata è intervenuto anche Gabriele Berni, presente in qualità di delegato alla legalità per Anci Toscana. “Questa mattina ho partecipato alla presentazione dell’ultimo studio Irpet sull’illegalità nell’economia toscana, che analizza quella che viene definita economia non osservata, comprendente economia sommersa e illegale”, ha spiegato. Berni ha poi richiamato l’esperienza diretta del territorio: “Anche a Monteroni in passato la criminalità organizzata ha avuto un peso nell’economia locale, ma grazie al lavoro congiunto con Regione Toscana e Anci siamo riusciti ad estirpare un male che si era radicato”. Un percorso che trova nel recupero di Tenuta di Suvignano un simbolo concreto: “Oggi rappresenta una testimonianza viva di come non ci sia posto nella nostra regione per la mafia, ma anche un esempio di come da quei beni possano nascere opportunità di sviluppo e lavoro”.
In definitiva, il quadro che emerge è quello di una regione che non vive una condizione di emergenza, ma che non può permettersi sottovalutazioni. Perché le mafie, oggi, non hanno bisogno di mostrarsi per essere presenti. Si insinuano, investono, si trasformano. E proprio per questo, richiedono attenzione costante, strumenti aggiornati e una risposta istituzionale sempre più coordinata.