Italia, un adulto su tre fatica a capire un articolo online: le radici dell’analfabetismo funzionale tra scuola, web, politica e media

Un italiano su tre fatica a capire un articolo online: per il politologo Luca Verzichelli il nodo è tra web “spazzatura”, scuola in affanno, scelte pubbliche e titoli acchiappa‑click

Di Redazione | 5 Marzo 2026 alle 20:00

Luca Verzichelli, docente di Scienze politiche all’Università di Siena, in diretta a Buongiorno Siena ragiona sui dati Ocse sull’analfabetismo funzionale e su come il digitale stia accelerando criticità già note alle democrazie mature, Italia inclusa.

Semplificazione utile o scorciatoia pericolosa?

La promessa di un accesso più semplice all’informazione non porta automaticamente a una maggiore comprensione. Per Verzichelli, l’effetto collaterale è evidente: semplificare spinge a cercare scorciatoie, fino a distorcere il linguaggio.
“Semplificare genera la voglia di prendere scorciatoie e, tra queste, c’è la mistificazione del linguaggio. Il web non è solo spazzatura, ma quando si usa troppo il web spazzatura ci si dimentica come si parla e come si legge”.

Un problema antico che oggi diventa di massa

Non è una novità assoluta: anche la televisione ha inciso in passato. La differenza, oggi, è la scala del fenomeno e l’esposizione continua a contenuti poveri. E il quadro italiano è particolarmente fragile.
“Questo analfabetismo funzionale non è nuovo. Ma a questo livello massivo l’Italia è colpita più di altri Paesi, perché c’è un eccesso nell’uso di strumenti troppo semplici e, spesso, sbagliati”.

I dati Ocse, sottolinea, vanno presi sul serio e inseriti in un trend che riguarda tutte le democrazie avanzate, soprattutto quelle “anziane”.
“Il trend riguarda tutte le democrazie avanzate e anziane, e noi purtroppo siamo una democrazia super anziana”.

Scuola in trincea, risorse scarse e un clima culturale ostile

La responsabilità non ricade sulla scuola in quanto tale: il sistema prova a tenere il passo con risorse limitate e una crescente svalutazione sociale del sapere.
“Non sto accusando la scuola: i professori, specie quelli della secondaria, sono eroi. Ma con poche risorse e una stigma verso certe figure professionali, capita persino che alcuni genitori pensino più alla “bella figura” che all’apprendimento e arrivino a menare un professore. È un indicatore di come stiamo messi”.

Vietare o educare? Il dilemma digitale

Regolare l’accesso o allargarlo per costruire consapevolezza? La risposta, ammette, non è semplice. Limitarsi a confidare nella virtù dei singoli non basta, perché la vulnerabilità non riguarda solo i giovani.
“Vietare o allargare fino a creare autocoscienza: usare questi strumenti per un circolo virtuoso o rischiare un circolo vizioso. Il dilemma è aperto”.

Università, telematiche e scelte pubbliche

La svalutazione dello studio si riflette nei percorsi post‑diploma: alti tassi di abbandono, preferenza per strade percepite come più semplici e un boom delle università telematiche favorito da decisioni politiche discutibili.
“Si studia di più in media, ma non all’università: molti giovani lasciano e si scelgono cose più semplici. Le università telematiche non sono il diavolo, ma sono state aiutate in modo discutibile. Non possono sostituire le università”.

Il punto è culturale e politico, non solo educativo o familiare.
“È un tema che riguarda politica e democrazia: passa l’idea che “non serve studiare”. Non è solo dire ai figli di non stare su OnlyFans o sui giochini: è un problema dei decisori politici”.

Media e titoli acchiappa‑click: responsabilità professionale

Alla domanda sul ruolo della stampa e dei titoli “acchiappa‑click”, Verzichelli è netto: serve un’autoregolazione più rigorosa delle redazioni e un intervento dell’Ordine dei giornalisti.
“L’uso dei media va tenuto sotto controllo e anche il professionista deve regolarsi. L’Ordine dei giornalisti dovrebbe attivarsi di più: c’è un uso sistematico della forzatura e della manipolazione che non solo produce notizie erronee, ma diffonde l’idea che abbia successo chi la spara più grossa”.

Il risultato, spesso, è un pubblico disorientato già dal titolo, incapace di valutare attendibilità e contesto.
“Accade che si legga un titolo e non si capisca se la notizia è vera. Siamo arrivati a questo livello”.

La chiosa
“Non possiamo aspettare soltanto la capacità virtuosa dei singoli: è un tema di politica, democrazia e responsabilità collettiva”.



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