Un tempo il fumo dei forni segnava l’orizzonte della valle, tra Montaperti e le Crete senesi: oggi, della Laterizi Arbia resta un grande stabilimento abbandonato a se stesso e una lunga partita giudiziaria ancora aperta. Ieri mattina, il processo per bancarotta, falso in bilancio e ricorso abusivo al credito legato al fallimento della storica azienda – dichiarato con sentenza dell’aprile 2020 – è proseguito davanti al Tribunale di Siena in composizione collegiale (presidente Fabio Frangini, a latere Alessandro Maria Solivetti Flacchi e Francesco Picardi).
Al centro dell’udienza, il lungo esame del curatore fallimentare, dottor Roberto De Marco, incalzato dalle domande del pubblico ministero Siro De Flammineis e poi dalla difesa degli imputati. De Marco ha ripercorso i passaggi societari che emergono dalle visure storiche, ricordando che già all’inizio del 2013 la società avviò trasformazioni dell’assetto, tra cui il passaggio da spa a srl. Quanto alle cause della crisi, il curatore ha richiamato la contrazione del settore, indicandone un’accelerazione con la crisi finanziaria internazionale del 2008-2009 e osservando che le difficoltà erano affiorate già prima: nel 2003 l’utile si sarebbe ridotto a circa 10 mila euro, mentre nel decennio successivo le perdite avrebbero raggiunto gli 8 milioni. Alla chiusura del 2020 il debito aveva raggiunto i 26 milioni di euro.
Dopo oltre un’ora e mezzo, il Collegio ha rinviato l’istruttoria al 14 aprile e poi al 26 maggio, quando sarà ascoltato il consulente tecnico del pubblico ministero.
Il procedimento riguarda sei imputati che, a vario titolo, secondo l’accusa avrebbero concorso anche a non rappresentare in modo veritiero i bilanci dal 2002 al 2014. La difesa degli imputati è affidata, tra gli altri, agli avvocati Leonardo Brogi, Lorenzo ed Enrico De Martino, Simona Attolini.
La Laterizi Arbia nasce nel 1920 ad Arbia, in un punto logistico favorevole tra la direttrice Siena-Arezzo e la linea ferroviaria verso Chiusi. Nel 2002 la produzione venne trasferita nel nuovo impianto di Castelnuovo Scalo, mentre la sede legale restò ad Arbia. Dopo il fallimento, lo stabilimento ha chiuso definitivamente: l’area, oggi in stato di abbandono, è finita più volte all’asta con basi progressivamente ridotte.