Moni Ovadia a Siena con Moby Dick: "Il mostro di questo mondo è la ricchezza smisurata"

L'attore, scrittore e regista in una lunga intervista per Siena Tv: "Gaza è un genocidio, la disumanizzazione è il punto”

Di Simona Sassetti | 21 Febbraio 2026 alle 15:30

Al Teatro dei Rinnovati approda Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville trasformato in un’esperienza scenica intensa e visionaria. La regia di Guglielmo Ferro, con l’adattamento drammaturgico di Micaela Miano, costruisce un universo teatrale sospeso tra tragedia e rito, dove il Pequod non è solo una nave ma il simbolo stesso dell’esistenza umana, un luogo in cui l’ossessione diventa destino e il mare si fa specchio dell’anima.

Lo spettacolo in scena al Teatro dei Rinnovati di Siena questa sera alle 21 e domani alle 17

Scene evocative, coralità dell’equipaggio e una forte tensione simbolica danno vita a uno spettacolo che rinuncia al realismo per cercare la profondità del mito. Al centro, la presenza magnetica di Moni Ovadia, capace di guidare il pubblico dentro un viaggio fisico e mentale, tra tempeste, silenzi e interrogativi che restano aperti anche dopo il sipario. È proprio in questo contesto che nasce l’incontro della nostra rubrica Su il Sipario, per raccontare attraverso le parole del protagonista il senso contemporaneo di un classico che continua a parlare al presente.

Achab, la balena e ciò che “c’è dietro”

Moni Ovadia entra nel personaggio dichiarando un attrito personale: “Per me è duro fare questo personaggio perché io sono un animalista. Io trovo che le balene siano creature di una poesia”. Ma proprio da lì sposta il discorso sul piano che gli interessa davvero. In Achab, oltre alla vendetta e all’ossessione, vede una postura metafisica: “C’è qualcosa in Achab che corrisponde a una posizione, a un destino dell’uomo che lui ha capito. Achab è nichilista, per lui il mondo è spaventoso”. La balena, allora, diventa una maschera. “L’animale è solo una maschera di carta pesta”, dice, e la sua ossessione non è rivolta al corpo della creatura, ma a ciò che essa rappresenta: “Io odio quello che c’è dietro”. Dietro, nella sua lettura, ci sono “i malefici arcani che terrorizzano l’uomo e lo paralizzano e fanno vivere la specie umana con metà del cuore”. È una visione del creato senza conciliazione: “Alla fine dei conti lui è ateo, parla con rispetto del divino, ma lo considera artefice di un mondo infame”.

Accanto ad Achab, Ovadia mette in risalto la figura speculare di Starbuck: “È un quacchero, devoto oltre ogni misura”, il primo ufficiale che tenta di riportare la nave verso prudenza e bene. Achab, invece, estende il suo disprezzo anche agli uomini: “Cosa siamo noi esseri umani? Siamo come dei stupidi molinelli costretti a girare, girare, girare. È il destino che fa da leva, non noi”. Da qui il salto titanico, la sfida all’assoluto: “Intorno a noi, ragazzo, c’è solo il vuoto. E il vuoto è bianco come Moby Dick”.

Il mare, il limite, la fine

Il mare, per Ovadia, non è cornice romantica ma misura del reale. È “quella natura formidabile che l’uomo può affrontare ma che lo domina”. La bonaccia immobilizza, la tempesta spezza, e in ogni caso l’uomo non comanda: “Non c’è supremazia da parte dell’uomo in quel caso”.

Il nodo diventa il limite. “Non accetta il limite”, dice parlando di Achab, e spiega la logica interna del personaggio: se quel limite è “terribile” e “malvagio”, allora “io lo sfido, io non mi piego, mi confronto fino all’estrema conseguenza”. L’estrema conseguenza è scritta: “È la morte”. Perché “Moby Dick è la natura”, e “la natura è troppo più forte dell’uomo”. Il bilancio è tragico e definitivo: “Tutto l’equipaggio, tranne Ismaele, morirà”.

La “balena bianca” del presente: ricchezza e onnipotenza

Alla domanda “qual’è la balena bianca più pericolosa del nostro mondo?” Ovadia ribadisce che: “Le balene non sono pericolose, si può serenamente accarezzare una balena”. Ma accetta il paragone se serve a nominare il vero mostro: “Il mostro di questo mondo è la ricchezza smisurata. Non c’è niente di più feroce. Più dell’odio”. Perché la ricchezza senza misura produce un’illusione di onnipotenza: “È ciò che fa credere all’uomo di potersi sostituire a Dio”. E rende concreto lo squilibrio con un esempio: “Elon Musk ha un patrimonio personale più grande del PIL di un continente. Pensi il potere che ha quest’uomo”.

Moni Ovadia, Sfregio e menzogna. Antisemitismo e sionismo.

Ovadia lunedì sarà all’Università per Stranieri di Siena, con una riflessione intitolata “Sfregio e menzogna, antisemitismo e sionismo”. Nel presentare l’iniziativa tiene a sottolineare il rapporto con il rettore: “È un grande onore,  io sono grandissimo ammiratore di Tomaso Montanari”. E aggiunge: “È uno dei migliori che esistano nel nostro Paese”. Alla domanda su cosa proporrà agli studenti risponde in modo diretto: “Io agli studenti proporrò il mio pensiero. Adesso noi viviamo in un’epoca davvero terribile, sembra sempre che ci sia necessità del contraddittorio. Invece io dico le mie idee. Arrivo e vi dico la verità, questo è quello che penso. Poi voi ragionate. Guardate, invitate un altro e lui dirà la sua”. E avverte: “Adesso c’è questo terrore del pensiero critico”. E chiarisce la sua posizione personale: “Io parlerò di quel fenomeno che si chiama sionismo e che per me, ebreo, è forse la peggiore sciagura che il popolo ebraico nella sua plurimillenaria avventura abbia mai vissuto”. E amplia il ragionamento sul piano storico e politico: “Il nazionalismo è un’ideologia di morte. Ci ha regalato due guerre mondiali e forse ci regalerà la terza”.

Quando gli viene chiesto quanto contino le parole rispetto a ciò che sta accadendo in Palestina, Ovadia richiama prima di tutto l’autorevolezza di chi, secondo lui, ha definito con precisione quanto sta avvenendo: “Non sono io che ho definito il genocidio, l’ha definito il più grande specialista di Olocausto israeliano, il professor Amos Goldberg, che insegna storia dell’Olocausto nel Dipartimento di Storia Ebraica dell’Università Ebraica di Gerusalemme”. E aggiunge: “In un testo di venti righe ha usato per Gaza cinque volte la parola genocidio e l’ultima volta l’ha definito un genocidio intenzionale”. Da qui collega il suo ragionamento al tema della disumanizzazione, che considera il passaggio decisivo: “È molto semplice la ragione per la quale io uso questa definizione. Cosa hanno fatto i nazisti con gli ebrei, con i rom, con i menomati? Li hanno disumanizzati”. E prosegue: “Questo ha fatto il sionismo con i palestinesi. Fa la stessa cosa. Non mi fa differenza”. Per Ovadia è proprio questo processo a rendere possibile ogni violenza, perché quando una parte dell’umanità viene privata della propria dimensione umana, tutto diventa giustificabile.

Siena come meditazione: viaggio contro consumo

Moni Ovadia racconta poi Siena come “il massimo privilegio” se vissuta fuori dal consumo di massa, soprattutto “Piazza del Campo senza turisti”. Poi traccia una linea di confine: “Il turismo è una metastasi. Il viaggio e il turismo sono due cose opposte”. Il viaggiatore, dice, “vuole conoscere, perdersi, trasformarsi”, mentre il turista “viene per consumare”. E l’immagine conclusiva è concreta: seduto in Piazza del Campo, a respirare la sera, in silenzio.

A Su il Sipario Giorgio Borghetti, “catapultato” nel Pequod

Nella seconda parte della rubrica incontriamo Giorgio Borghetti, che racconta un ingresso rapidissimo nello spettacolo: “È stata come una sorta di catapulta, in sei giorni abbiamo dovuto imparare ed entrare in navigazione”. Parla di un “equipaggio fantastico” e di un’esperienza che è insieme fisica e mentale: “È un viaggio verso l’ignoto, ma è un viaggio verso se stessi, un viaggio mentale”. Perché l’ossessione di Achab, dice, “contagia tutto l’equipaggio”. Borghetti individua un punto di svolta tra primo e secondo atto e cita una frase che lo accompagna: “Per me questo cielo non porta il suo nome”. Alla fine, ciò che resta è fatica e ricompensa: “Mi porto la consapevolezza di riuscire a studiare due spettacoli insieme, saper sopportare la fatica”. E sul pubblico non ha dubbi: “Si porterà a casa tantissima emozione, tantissimo ragionamento. È uno spettacolo che quasi andrebbe visto due volte per capirlo di più”.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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