Ci sono pagine quasi completamente oscurate, nomi cancellati, frasi interrotte proprio nei passaggi più delicati. E poi ci sono i dettagli che emergono tra un omissis e l’altro: un furgone con quattro poltrone disposte una di fronte all’altra, chiavette USB contenenti informazioni riservate, decine di milioni di euro, presunti rapporti con la ‘ndrangheta e uomini che avrebbero controllato l’accesso al vicolo in cui David Rossi precipitò il 6 marzo 2013.
È il quadro che prende forma dai documenti acquisiti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’ex responsabile della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena. Due verbali di sommarie informazioni e un’annotazione di polizia giudiziaria del colonnello Adolfo Gregori, del Ris di Roma, protocollati il 16 ottobre 2026 e resi pubblici con numerosi omissis.
Le carte contengono dichiarazioni che chiamano in causa Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps, e Gabriele Ceccherelli, figura legata al mondo del calcio storico fiorentino. Secondo la ricostruzione illustrata dal presidente della Commissione: “il primo avrebbe avuto il ruolo di mandante di un’intimidazione, mentre il secondo avrebbe contribuito all’organizzazione dell’azione”.
Un’ipotesi investigativa che deve ancora trovare riscontri. Le dichiarazioni contenute nei documenti non costituiscono responsabilità accertate ed entrambi hanno negato ogni coinvolgimento.
Il finanziamento bloccato e il nome di Grande Aracri
Per comprendere il possibile movente bisogna partire da un passaggio del primo verbale. Il testimone introduce il nome di Nicolino Grande Aracri, esponente della criminalità organizzata calabrese, e collega la vicenda a un finanziamento bancario destinato a una società sportiva. Alla domanda sul perché Grande Aracri o persone a lui vicine fossero interessati a quell’operazione, il dichiarante risponde che avrebbero avuto una quota dell’affare. Secondo la testimonianza, Mps avrebbe bloccato lo stanziamento dopo che David Rossi avrebbe riscontrato alcune anomalie nel finanziamento. La società sportiva coinvolta non viene identificata con certezza dal testimone, che ipotizza potesse trattarsi di una realtà legata alla pallacanestro.
È in questo contesto che compare Giuseppe Mussari. Secondo il racconto, l’ex presidente della banca avrebbe voluto gestire personalmente la situazione perché legato a Rossi da un rapporto di amicizia e intenzionato a evitare conseguenze più gravi. “Conoscendo bene chi fossero Nicolino Grande Aracri e le altre persone a lui vicine, non voleva che al citato dottor Rossi succedesse nulla di male”, si legge nel verbale. La ricostruzione attribuisce dunque alla presunta intimidazione uno scopo iniziale diverso dall’omicidio: convincere Rossi a superare le proprie resistenze. Ma è proprio su questo passaggio che il racconto assume una direzione differente.
L’incontro tra Mussari e Ceccherelli e il presunto piano
Nel primo verbale compare un altro particolare. Il dichiarante sostiene che Mussari e Ceccherelli si sarebbero incontrati personalmente per prendere accordi su quanto fare. Le parti precedenti e successive sono in larga misura oscurate, ma rimane leggibile il riferimento a un incontro che sarebbe avvenuto dopo alcuni giorni. Il testimone sostiene inoltre che, successivamente alla morte di Rossi, entrambi avrebbero temuto che altre persone potessero parlare.
“I due erano preoccupati, ognuno per quanto di competenza, che gli altri potessero parlare della dipartita del Rossi, in quanto da un semplice atto di intimidazione, nel momento in cui il Rossi era stato sospeso in aria al di fuori della finestra, si era mosso, era scivolato dalle mani di uno che era con Ceccherelli ed era caduto”. È una delle ricostruzioni più significative contenute nei documenti: la morte sarebbe stata la conseguenza non prevista di un’azione intimidatoria. Una versione che, tuttavia, deve essere verificata e confrontata con gli accertamenti tecnici e giudiziari.
La finestra, il davanzale e il racconto della caduta
Il secondo verbale entra nel dettaglio della presunta aggressione avvenuta nell’ufficio di Rossi, al terzo piano di Palazzo Salimbeni. Il dichiarante sostiene che gli uomini presenti avrebbero inizialmente malmenato Rossi, per poi spingerlo contro il davanzale della finestra, mostrandogli la strada sottostante. La minaccia, secondo il racconto, sarebbe stata quella di gettarlo nel vuoto se non avesse fatto quanto richiesto. Ma Rossi non avrebbe ceduto. Gli aggressori avrebbero quindi deciso di spingersi oltre, sollevandolo e mettendolo a testa in giù fuori dalla finestra, trattenendolo per i piedi.
Il verbale descrive una sequenza particolarmente dettagliata: inizialmente Rossi sarebbe stato afferrato per i pantaloni, poi, mentre continuava a divincolarsi, uno degli uomini lo avrebbe preso per le braccia e l’altro avrebbe continuato a tenerlo per i piedi. A un certo punto, secondo il dichiarante, la posizione del corpo si sarebbe invertita. Rossi sarebbe rimasto sospeso fuori dalla finestra per le braccia e successivamente sarebbe caduto. È una dinamica che il testimone presenta come spiegazione della precipitazione, ma che non può essere considerata accertata sulla sola base delle sue dichiarazioni. Restano inoltre oscurati diversi passaggi della deposizione, compresi alcuni riferimenti alle circostanze che avrebbero preceduto l’aggressione.
Il calcio storico fiorentino e gli uomini nell’ufficio
Un altro elemento ricorrente nei verbali è il riferimento al calcio storico fiorentino. Alla domanda su quale ruolo avrebbe avuto Ceccherelli la sera della morte di Rossi, uno dei dichiaranti risponde di aver appreso che l’uomo non sarebbe salito nell’ufficio, mentre vi sarebbero entrati due calcianti della squadra azzurra, della quale Ceccherelli era stato capitano. Il testimone precisa però di non conoscere l’identità dei due uomini.
Il riferimento al calcio storico ritorna anche nell’annotazione investigativa del colonnello Gregori. Durante il colloquio, il detenuto avrebbe fatto capire di conoscere persone appartenenti a quell’ambiente, mimando il gesto di sferrare dei pugni. Secondo quanto annotato dal consulente della Commissione, uno di questi soggetti sarebbe stato presente la sera della morte di Rossi, ma sarebbe rimasto all’interno di un furgone senza salire al piano dell’ufficio. Le due versioni introducono quindi una distinzione tra chi avrebbe organizzato l’azione, chi sarebbe rimasto all’esterno e chi avrebbe materialmente raggiunto Rossi. Identità e ruoli che, sulla base dei documenti pubblicati, non risultano completamente chiariti.
Il van davanti alla banca e gli uomini a presidio del vicolo
È nell’annotazione del colonnello Adolfo Gregori che compare una seconda ricostruzione delle ultime ore di David Rossi. Secondo il detenuto incontrato dal consulente, l’ex responsabile della comunicazione di Mps sarebbe stato malmenato all’interno di un van prima di entrare a Palazzo Salimbeni. Il mezzo viene descritto come un veicolo a noleggio, allestito posteriormente con quattro sedili o poltrone disposti uno di fronte all’altro. Inizialmente sarebbe stato parcheggiato nella piazza antistante l’ingresso principale della banca, nel punto indicato dal dichiarante come quello “dove c’è il monumento al centro”.
Da lì, secondo la testimonianza, Rossi sarebbe sceso insieme ad altre tre persone e avrebbe raggiunto il proprio ufficio per recuperare alcune chiavette USB. Il furgone si sarebbe poi spostato davanti al vicolo in cui Rossi sarebbe precipitato. Due persone sarebbero scese dal mezzo per controllarne l’accesso. Un dettaglio riportato nell’annotazione riguarda i telefoni: dopo la caduta, soltanto uno dei due soggetti che avrebbero presidiato il vicolo sarebbe stato in possesso di un cellulare.
Il detenuto non avrebbe però saputo indicare con precisione dove fosse parcheggiato il van, limitandosi a ribadire che il mezzo si trovava sulla strada per controllare l’ingresso al vicolo. Un racconto che introduce circostanze precise, ma ancora prive di una verifica autonoma nei documenti resi pubblici.
Le chiavette USB e i 50 milioni di euro
Perché Rossi sarebbe dovuto tornare nel proprio ufficio insieme ad altre persone? Secondo il racconto raccolto da Gregori, l’obiettivo sarebbe stato recuperare alcune chiavette USB contenenti informazioni sensibili. Nella stessa annotazione compare il riferimento a ingenti flussi di denaro e alla ‘ndrangheta.
Il detenuto avrebbe riferito di aver sentito dire che Rossi fosse in grado di trasferire fino a 50 milioni di euro attraverso un solo clic dal computer. Un’affermazione che non trova riscontro nei documenti pubblicati e che Giuseppe Mussari ha contestato nella sua replica al TgLa7, sostenendo che nessun dirigente bancario avrebbe potuto spostare autonomamente una somma simile senza attivare i sistemi di controllo.
Ma nei verbali compare anche un’altra ricostruzione relativa al denaro. Uno dei testimoni sostiene che Rossi avrebbe gestito conti correnti per persone legate ad ambienti criminali, trasferendo fondi tra diversi conti, convertendoli in criptovalute e successivamente riconvertendoli in contanti per ostacolarne la tracciabilità.
Il dichiarante colloca queste presunte attività anche tra Mantova, Reggio Emilia e Bologna, citando in particolare Viadana e un’impresa che avrebbe ottenuto lavori per la ristrutturazione di uno stadio. Sono affermazioni particolarmente gravi, che riguardano anche la figura dello stesso Rossi e per le quali, nei passaggi resi pubblici, non vengono forniti riscontri documentali.
Le tracce di sangue e i lavori all’interno della banca
Nell’annotazione del colonnello Gregori emerge anche un riferimento a presunte tracce di sangue presenti in un bagno di Palazzo Salimbeni. Il detenuto avrebbe sostenuto che quelle tracce non fossero state repertate né analizzate. Il consulente, a sua volta, avrebbe richiamato la presenza di sangue su alcuni fazzolettini, senza ottenere ulteriori particolari.
Una nota a piè di pagina precisa che nella sezione del piano in cui si trovava l’ufficio di Rossi erano presenti due bagni: uno comune e un secondo, meno visibile, destinato all’uso di Rossi, senza che fosse certo il suo utilizzo esclusivo. Il dichiarante non avrebbe specificato a quale dei due si riferisse.
Sempre nell’annotazione compare un riferimento a lavori edili che sarebbero stati in corso all’interno della banca. Secondo il racconto, Rossi sarebbe transitato in un’area interessata dal cantiere prima della morte, ma il detenuto non avrebbe saputo indicare esattamente dove si trovassero i lavori. Anche in questo caso, si tratta di circostanze da verificare.
La reazione del detenuto e il timore di essere ucciso
Tra le pagine dell’annotazione emerge infine un episodio che il colonnello Gregori descrive durante il colloquio investigativo. Quando viene pronunciato un nome, oscurato nel documento, il detenuto avrebbe avuto una reazione improvvisa. “Sentendo pronunciare quel nome, il detenuto si bloccava di scatto: mi guardava sbigottito e incredulo, si portava le mani al volto e si piegava in avanti, nascondendo la testa tra le gambe per alcuni secondi”.
Secondo Gregori, l’uomo avrebbe chiesto come fosse possibile conoscere un particolare che sosteneva di non aver mai rivelato neppure al proprio avvocato. Avrebbe poi descritto la persona in questione come “molto potente e molto pericolosa”, capace di arrivare ovunque. Nel prosieguo del colloquio, il detenuto avrebbe manifestato anche il timore che le informazioni raccolte potessero essere utilizzate per farlo uccidere. Gregori riferisce di averlo rassicurato, spiegandogli che la Commissione stava svolgendo accertamenti proprio nelle direzioni indicate.
Gli omissis e una ricostruzione ancora incompleta
A collegare questi racconti sono alcuni elementi ricorrenti: il riferimento a Mussari e Ceccherelli, la presenza di persone legate al calcio storico fiorentino, il presunto coinvolgimento di ambienti criminali e l’ipotesi di un’intimidazione che sarebbe degenerata nella morte di David Rossi. Ma le differenze restano rilevanti. Una testimonianza descrive un’aggressione nell’ufficio e una caduta provocata dalla perdita della presa degli assalitori. Un’altra introduce un precedente pestaggio all’interno di un van, il recupero di chiavette USB e la presenza di uomini incaricati di controllare l’accesso al vicolo. Alcuni dichiaranti riferiscono circostanze apprese da altre persone. Numerose identità sono oscurate e intere sezioni dei documenti risultano coperte dagli omissis.
Manca dunque, nei passaggi pubblicati, una ricostruzione completa che permetta di stabilire quali elementi siano stati verificati e quali rimangano esclusivamente dichiarazioni testimoniali. Giuseppe Mussari ha respinto le accuse definendole “destituite da ogni fondamento” e annunciando possibili azioni giudiziarie. Anche Gabriele Ceccherelli ha negato ogni coinvolgimento. La Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Gianluca Vinci, ha annunciato la trasmissione degli atti alla Procura per le valutazioni di competenza.