Non tutti i luoghi del mondo offrono le stesse possibilità di cura. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’impegno di Diego González Rivas, tra i chirurghi toracici più conosciuti a livello internazionale, pioniere della chirurgia mini-invasiva uniportale e protagonista dell’incontro “Curando el mundo” che si è svolto all’ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena.
“Spesso i media o i pazienti ci dicono che noi medici salviamo vite. Ma io non salvo vite. Quando opero in Spagna o in Italia, se non lo facessi io, ci sarebbe un altro chirurgo in grado di intervenire al mio posto. Se invece non andassimo in Africa, molti di quei pazienti morirebbero. È lì che, davvero, salviamo delle vite”, ha spiegato González Rivas.
Nel corso dell’incontro, il chirurgo spagnolo ha ricevuto il Premio “Medical Humanities 2026”, riconoscimento assegnato a personalità che coniugano competenza scientifica, didattica e attenzione alla dimensione umana della cura. Un premio che si inserisce nel percorso avviato dall’Università di Siena e dall’Azienda ospedaliero-universitaria Senese sull’umanizzazione delle cure e sul valore della relazione medico-paziente.
González Rivas è noto in tutto il mondo per aver introdotto per primo la tecnica uniportale nella chirurgia toracica, una procedura mini-invasiva che consente interventi complessi attraverso un’unica piccola incisione, riducendo dolore post-operatorio e tempi di recupero. Ma accanto all’attività clinica e alla formazione internazionale, negli ultimi anni ha sviluppato un forte impegno umanitario attraverso la Fondazione che porta il suo nome.
Uno dei progetti più significativi è l’unità chirurgica mobile: una vera e propria sala operatoria su ruote, attrezzata come un moderno ospedale, che permette di effettuare interventi di chirurgia toracica mini-invasiva in contesti dove mancano strutture adeguate. “L’unità mobile opera soprattutto in Africa perché è lì che c’è più bisogno di aiuto. In molti Paesi mancano strumenti e sale operatorie attrezzate. All’interno dell’unità abbiamo tutte le tecnologie necessarie e possiamo eseguire interventi complessi come se fossimo nei nostri ospedali in Europa. In questo momento la sala operatoria mobile si trova in Sierra Leone”, ha raccontato il chirurgo.
Un modello innovativo che unisce alta tecnologia e cooperazione sanitaria internazionale, con un duplice obiettivo: curare i pazienti che altrimenti non avrebbero accesso a interventi salvavita e formare i medici locali, affinché le competenze possano restare nei territori.
L’incontro alle Scotte ha offerto così alla comunità senese uno sguardo concreto su cosa significhi, oggi, parlare di medicina globale: non solo eccellenza clinica, ma responsabilità sociale, riduzione delle disuguaglianze e impegno perché il diritto alla salute non resti un principio astratto, ma diventi una possibilità reale, ovunque nel mondo.