“Non volevo farti questo, scusami tanto”. È un’aula di tribunale rarefatta dai silenzi e dalla tensione quella in cui una signora di ottant’anni, fragile ma risoluta, si volta verso il suo vicino di casa che l’ha terrorizzata e che siede sul banco degli imputati. Lui, 26 anni, nato in Italia da genitori tunisini, è la persona che la donna – ancora scossa dall’episodio che la vede parte lesa – si ritrova di fronte a distanza di quasi tre anni e a cui, incredibilmente, rivolge delle scuse. Un gesto che sorprende e restituisce tutta la complessità umana di una vicenda in cui la linea tra paura e compassione si fa sottile, quasi impercettibile.
La scena si è svolta durante l’ultima udienza del processo che, al palazzo di giustizia di Siena, vede il ragazzo imputato per violazione di domicilio aggravata ed evasione dagli arresti domiciliari. I fatti si sono svolti a San Gimignano e risalgono al torrido 5 luglio 2023, quando, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il giovane – all’epoca sottoposto a misure restrittive – avrebbe preteso con insistenza due sigarette dalla sua vicina di casa. Al diniego della donna, si sarebbe scatenata una reazione violenta: insulti, presunte minacce, tentativi di forzare il cancello, fino a scavalcarlo e presentarsi davanti alla finestra della signora, che per fortuna aveva già chiuso la porta d’ingresso a chiave.
“Ha iniziato a urlare, a offendermi e a terrorizzarmi – ha raccontato la donna al giudice, dottor Alessandro Maria Solivetti Flacchi -, dicendo che sarebbe venuto a prendersi le sigarette. Cercava di aprire il cancello, poi lo ha scavalcato. La paura era tanta, non riuscivo nemmeno a fare il 112. Per fortuna avevo in emergenza il telefono di mia figlia che ho chiamato e ha dato l’allarme”. L’inquietudine di quei minuti è ancora viva quando la signora aggiunge: “Ho pensato di ritirare la denuncia, ma ho ancora troppa paura”.
La donna, di fronte alle domande del pm Massimo Rossini, non si sottrae ai dettagli: “Sono stata traumatizzata, ma mi dispiace anche molto per questo ragazzo”. Parole che, pur venate di timore, rivelano uno spessore umano raro nei processi di questa natura.
L’imputato, che è attualmente detenuto per altra causa, ascolta le dichiarazioni della vicina con un atteggiamento distaccato, che in aula riesce quasi a gelare l’aria. Il suo difensore, avvocato Greta Johanna Lisi (in sostituzione del titolare Manfredi Biotti), tenta di chiarire la presenza di un altro giovane la sera dei fatti. La risposta della donna è netta: “Sì, ho visto che era con un amico, ma che non conosco. Non sono stata minacciata direttamente, mi ha però detto: ‘Te lo faccio vedere io’. Poi ha continuato a urlare”.
Sul fronte della presunta evasione dagli arresti domiciliari, sono state ascoltate le testimonianze di due carabinieri e di una seconda vicina. I militari hanno riferito di aver effettuato diversi controlli senza trovare il ragazzo nell’abitazione: “Abbiamo suonato al campanello esterno ma non ha risposto. Siamo entrati nel condominio e abbiamo provato di nuovo con il campanello interno, ma ancora niente. Solo durante il terzo controllo, la sera, lo abbiamo finalmente trovato”, ha spiegato uno dei carabinieri.
L’altra giovane vicina, interrogate come teste, ha aggiunto: “Ho sentito dei rumori che mi hanno svegliato. Era il ragazzo che vive al piano sopra al mio che chiedeva una sedia perché aveva lasciato le chiavi in casa e non sapeva come entrare. Gli ho passato così la mia scala. Poi ha cominciato di nuovo a fare rumore perché voleva riscendere. Gli ho detto che, se non avesse smesso, avrei chiamato i carabinieri. E così ho fatto”.
Il giudice Solivetti Flacchi ha disposto il rinvio del procedimento al 1° aprile 2026 per l’esame dell’imputato e la discussione finale.
Al termine dell’udienza, il giovane è stato accompagnato fuori dall’aula dagli agenti della Polizia giudiziaria mentre la signora, visibilmente scossa, si è allontanata con la figlia. Ma i 40 minuti di ascolto hanno lasciato il segno nelle coscienze di chi era presente rimettendo al centro la vulnerabilità degli anziani nei contesti di convivenza difficile e la sottile linea che separa la semplice quotidianità dall’improvviso terrore e senso di minaccia. E, al di là degli atti e delle imputazioni, resta l’immagine in cui la parte offesa, quasi travolta dal senso di colpa e dalla misericordia, sente il bisogno di chiedere perdono al proprio presunto aggressore: “Mi dispiace tanto, scusami”. Un gesto raro, che in un’aula di tribunale fa rumore quanto un urlo..