Nella contabilità di una banca, diecimila euro non sono un dettaglio. Da quell’ammanco nel caveau è nata un’inchiesta che stamattina ha portato a una condanna al Tribunale di Siena. Il giudice Francesco Picardi ha condannato una donna della provincia senese, dipendente di un istituto di credito in un comune confinante con il capoluogo, imputata per appropriazione indebita aggravata in relazione alla sottrazione – secondo l’accusa – di 10mila euro dal forziere della banca per cui lavorava. La decisione è maturata all’esito del rito abbreviato, celebrato in udienza predibattimentale a porte chiuse: 8 mesi di reclusione e 1.000 euro di multa. Il Tribunale ha inoltre escluso l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, contestata dall’accusa e oggetto di una specifica contestazione della difesa. Le motivazioni saranno depositate entro 30 giorni. L’avvocata Francesca Martini, che assiste l’imputata, ha già annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza. Ma andiamo con ordine.
L’accusa: “Somma prelevata dal forziere”
Secondo l’impostazione accusatoria, la dipendente – allontanata temporaneamente dall’incarico nell’estate del 2023 – si sarebbe impossessata del denaro prelevandolo direttamente dal caveau, sottraendo due mazzette da 5mila euro custodite in due buste differenti. Questa mattina la pubblica accusa, rappresentata dal vice procuratore onorario Maria Sebaste, ha chiesto la condanna a 10 mesi e 20 giorni di reclusione e 800 euro di multa, tenendo conto della scelta del rito abbreviato. Il procedimento arrivava all’udienza decisiva dopo lo snodo di gennaio, quando il Tribunale – su richiesta della parte civile – aveva disposto l’acquisizione integrale dei filmati delle telecamere interne all’istituto, ritenendoli un documento rilevante ai fini della decisione. Un passaggio che aveva comportato il rinvio, proprio per consentire l’ingresso in atti di quel materiale.
La parte civile: “La fiducia è tutto”
Nel corso della discussione di oggi, l’avvocato Lorenzo De Martino, per la banca costituita parte civile, ha costruito la sua lunga arringa attorno alla prova video e a una serie di elementi che, secondo la prospettiva dell’istituto, ne rafforzerebbero la lettura. L’accento è stato posto non soltanto sull’ammanco, ma sul contesto: il caveau come “zona ad alta fiducia”, soprattutto verso chi da anni opera all’interno della filiale. Per la parte civile, in sintesi, l’azione sarebbe stata mirata e particolarmente insidiosa..
La difesa: “Prove non univoche”
Di segno opposto l’intervento dell’avvocata Francesca Martini, che ha difeso l’imputata per circa tre quarti d’ora, chiedendo l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”, anche in chiave dubitativa, sostenendo che il quadro non raggiungerebbe la certezza richiesta per una condanna. La legale ha specificato che il video al centro del dibattito è datato 9 anni indietro e due ore avanti oltre che di scarsissima qualità. Pertanto non può essere ritenuto la prova regina una registrazione con quelle caratteristiche. Martini ha inoltre contestato con forza l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, ritenuta non sostenibile alla luce dell’entità della somma e del contesto: una linea che il Tribunale ha accolto, escludendola nel dispositivo.
La decisione e i prossimi passaggi
Dopo circa mezz’ora di camera di consiglio, la lettura della sentenza: condanna a 8 mesi e 1.000 euro di multa. Resta aperto il capitolo civile: la quantificazione dell’eventuale somma dovuta alla banca – come disposto – dovrà essere definita davanti al giudice civile. All’uscita dall’aula, l’avvocata Martini, accanto alla sua assistita apparsa provata, si è limitata a una battuta netta: una condanna, ha detto, fondata su “giudizi di verosimiglianza e premesse ipoteche”. Parole che anticipano il passo successivo: l’appello, dopo il deposito delle motivazioni. Nel frattempo, il processo ha consegnato un punto fermo: per il Tribunale, la vicenda del caveau e delle due buste non è rimasta una semplice anomalia interna. È diventata responsabilità penale, almeno in primo grado. Ora la partita si sposta sui motivi della decisione e sulla tenuta del quadro probatorio nel giudizio di impugnazione.