Non una vera e propria piazza di spaccio, ma un consumo condiviso tra amici e colleghi di lavoro. Si è concluso così questa mattina, nell’aula del Tribunale di Siena, il processo a carico di un giovane cameriere di origine straniera, impiegato per anni nei locali del centro storico, che aveva acceso i riflettori sulla vita notturna e sui rapporti di gruppo dentro il centro storico della città, compresa Piazza del Campo. Dopo numerose udienze – durante le quali sono stati ascoltati diversi testimoni – il giudice Alessandro Maria Solivetti Flacchi ha emesso la sentenza: un anno e due mesi di reclusione e una multa di 6.000 euro.
I fatti e l’indagine
Il caso risale al novembre 2022. Un giovane di origine straniera, da anni cameriere in vari locali all’interno delle mura, finisce sotto la lente della squadra mobile. Gli agenti lo fermano in via Biagio di Monluc dopo un presunto approvvigionamento di stupefacenti nei boschi alle porte di Siena. Gli sequestrano una dose di sostanza e dalla successiva perquisizione e dall’analisi del cellulare emergono alcune chat, dove si ricostruisce una dinamica piuttosto chiara: il giovane, privo di patente, si faceva accompagnare da amici nei boschi alle porte della città per rifornirsi da spacciatori nordafricani, poi tornava in città e cedeva modiche quantità di sostanza, prevalentemente hashish e cocaina, spesso in cambio di modesti importi di denaro, prevalentemente tra i 20 e i 50 euro. Le cessioni avvenivano in centro, tra via del Porrione e Piazza del Campo. Messaggistica, localizzazioni e testimonianze degli acquirenti avevano fatto pensare all’esistenza di un piccolo “mercato” della droga, alimentando l’eco di un giro di spaccio nel cuore della città.
L’interrogatorio e la difesa
In aula, l’imputato – presente e partecipe, rispondendo puntualmente alle domande del Pubblico ministero Alberto Bancalà, della difesa e del giudice – ha dato una versione differente dei fatti: “Era un periodo difficile, il lavoro da cameriere nel centro storico era precario, ero consumatore di cocaina e hashish; con ex colleghi e amici andavamo a procurarci la sostanza e la condividevamo. A volte mi davano i soldi per comprarla, ma non era attività di spaccio: compravo per loro, cifre modeste”. E ancora, ha raccontato che per uscire dalla dipendenza, ha trascorso un periodo in una comunità di recupero da marzo a luglio dello scorso anno: “Sto cercando di uscirne definitivamente”, ha sottolineato davanti al giudice.
La requisitoria e la sentenza
Il Pubblico ministero Bancalà aveva sostenuto la tesi di una doppia attività: consumo personale, ma anche lucro mediante la cessione di sostanze, chiedendo una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione e 20.000 euro di multa. La difesa, rappresentata dall’avvocato Francesco Paolo Ravenni, ha invece evidenziato la natura amicale delle cessioni, la condivisione tra pari e non la vendita a fini di profitto: “Nessuno dei testimoni lo ha descritto come spacciatore, le quantità erano minime, la sua tossicodipendenza è la chiave di lettura dell’intera vicenda”, ha sostenuto l’avvocato, chiedendo l’assoluzione o, in subordine, la concessione delle attenuanti e il minimo della pena. Al termine di una Camera di consiglio che si è protratta abbastanza a lungo, il giudice Solivetti Flacchi ha condannato il giovane cameriere a un anno e due mesi di reclusione e una multa di 6.000 euro. Trenta giorni per le motivazioni.