Poche parole, passi rapidi, sguardi che evitano la platea. Ieri mattina intorno alle 10.30, davanti al Gip Andrea Grandinetti, è comparsa una agente della polizia penitenziaria in servizio a Santo Spirito, al centro di un’inchiesta che punta dritto a uno dei fronti più sensibili della detenzione: l’ingresso in carcere di stupefacenti e telefoni cellulari. L’udienza era quella dell’interrogatorio di garanzia, tappa obbligata dopo l’applicazione – quattro giorni fa – della misura cautelare degli arresti domiciliari. La procedura serve a consentire all’indagata di rispondere alle contestazioni e di esporre la propria versione, con l’assistenza della difesa, davanti al giudice che ha disposto la misura.
L’inchiesta e i ruoli in aula
La Procura di Siena procede con il pubblico ministero Silvia Benetti. In aula, la donna si è presentata senza divisa, testa bassa, apparendo molto provata. All’uscita dal palazzo di giustizia è stata accompagnata da due colleghi in borghese, senza dichiarazioni. Quanto alla difesa, l’avvocato difensore è Alessandro Betti che ieri mattina, però, è stato sostituito da Giulia Salvini, del foro di Siena. I legali hanno inquadrato la vicenda come una situazione delicata, chiedendo che il caso venga approfondito in ogni passaggio, nel merito e nella ricostruzione complessiva dei fatti.
Il cuore dell’accusa, allo stato delle informazioni disponibili, è l’ipotesi che l’agente abbia consegnato sostanze stupefacenti e alcuni smartphone a detenuti ristretti nella casa circondariale. Un’ipotesi che, se confermata, avrebbe un impatto immediato sulla sicurezza interna e sulla capacità di controllo dei contatti con l’esterno. Gli accertamenti sarebbero partiti dall’interno: colleghi che, da tempo, avrebbero notato elementi ritenuti anomali e avrebbero segnalato o comunque fatto emergere sospetti poi confluiti nelle verifiche investigative. Da lì l’indagine, fino alla richiesta cautelare e alla decisione del Gip.
Perché i domiciliari
Nella decisione con cui ha applicato il regime dei domiciliari, come ricostruito in sede giudiziaria, il giudice ha ritenuto sussistenti esigenze connesse alla tutela delle indagini e alla prevenzione di ulteriori reati, disponendo così la restrizione. È un punto essenziale, anche sul piano giuridico: la misura cautelare non è una condanna, ma uno strumento previsto dal codice per gestire rischi concreti (inquinamento probatorio, reiterazione, ecc.) sulla base degli elementi raccolti nella fase iniziale.
Gli inquirenti stanno lavorando per completare il quadro: ricostruire tempi, modalità, destinatari delle presunte consegne e verificare se si tratti di episodi isolati o di una dinamica più articolata. È un lavoro che, in casi come questo, passa da riscontri tecnici e documentali e dall’incrocio delle informazioni raccolte. Il contesto non è nuovo: l’introduzione di droga e telefoni negli istituti penitenziari è un tema ricorrente nella cronaca italiana, con episodi emersi anche recentemente in altri territori. Pochi giorni fa a Prato e al carcere minorile di Casal del Marmo. A Siena è già accaduto a Ranza.
Dopo l’interrogatorio di garanzia, l’inchiesta prosegue con ulteriori accertamenti e con la valutazione delle posizioni processuali. Sul tavolo restano due binari paralleli: quello dell’accusa, chiamata a consolidare i riscontri, e quello della difesa, che chiede verifiche puntuali e un esame completo di ogni elemento. Nel frattempo, resta l’immagine di ieri mattina: la donna seduta davanti al Gip, senza divisa, ferma immobile. E un’indagine che, dentro e fuori le mura del carcere, punta a chiarire se e come siano passati droga e telefoni.
