Sulla strada che porta a Dura, in Cisgiordania, la notte può essere tagliata da un’unica immagine: la barriera che sembra dividere il modo in cui ciascuno di noi decide di guardare ciò che succede “lontano”, non solo un territorio o un lembo di Patria. C’è chi distoglie gli occhi per stanchezza o impotenza, e chi invece li usa per riconoscere dettagli, volti, gesti quotidiani. “I tuoi occhi sono belli perché vedono le cose belle”, disse un abitante della cittadina palestinese a un visitatore italiano, colpito dalla cura di una facciata in ceramica, dall’armonia che resiste perfino tra le difficoltà. È una frase semplice, ma è anche un promemoria: la realtà non si riduce allo scontro, e nemmeno la solidarietà.
Oggi, a distanza di circa venticinque anni da alcune delle iniziative istituzionali senesi più conosciute e troppo in fretta dimenticate o archiviate, la collaborazione tra Siena e Dura – città a sud di Hebron – resta una storia concreta di cooperazione decentrata, fatta di opere, relazioni istituzionali e lavoro associativo. Una storia che non sembra ricordare più nessuno e che per essere raccontata con serietà, va tenuta lontana sia dalla propaganda sia dalla nostalgia: perché i fatti parlano già da soli.
Dura: una città, un territorio, una pressione quotidiana
Dura dista appena 50 chilometri da Gaza, una quarantina dalla Striscia: è un centro con una storia antica e un territorio collettivo articolato in decine di villaggi. I numeri cambiano a seconda dei perimetri considerati, ma il dato di fondo resta: è una società ampia, giovane, con bisogni sociali e sanitari importanti e con una quotidianità segnata da un contesto politico complesso e instabile. Nel quadro economico locale pesa anche la mobilità lavorativa verso Israele, fenomeno che riguarda migliaia di persone.
In questo scenario, dagli anni Novanta, la città di Siena – attraverso il Comune e una rete di soggetti del territorio – ha avviato un rapporto strutturato con l’associazione palestinese Nahdet Bint Al Reef, organizzazione di volontariato attiva a Dura e guidata da Fatima Abu-Katta. Un partenariato che, nel corso del tempo, ha individuato priorità d’intervento con un approccio che oggi definiremmo “di comunità”: sanità, inclusione, opportunità per ragazze e ragazzi, spazi sociali.
Il Comune di Siena, in diversi documenti pubblici, ha descritto quel percorso come un impegno non solo operativo (progetti e infrastrutture), ma anche culturale: studio, iniziative di sensibilizzazione, coinvolgimento della società civile e del mondo giovanile, con attenzione alle dinamiche di esclusione e alle ricadute sociali del conflitto israelo-palestinese. Un lessico istituzionale, certo. Ma dietro ci sono scelte amministrative e, soprattutto, atti pratici.
Il pulmino, l’ambulatorio, il laboratorio
Una delle prime richieste rivolte a Siena fu un mezzo per raggiungere i bambini dei villaggi limitrofi per accompagnarli a scuola: nacque così lo scuolabus ribattezzato “Pulmino della pace”, sostenuto da contributi raccolti nella comunità senese e arrivato a Dura nel 2000. Non è un dettaglio marginale: un mezzo di trasporto, in un contesto frammentato e spesso difficile da attraversare, non è solo logistica. È accesso a un diritto. Nello stesso periodo, sempre con il coinvolgimento della controparte locale, vennero attivati servizi sanitari: un ambulatorio pediatrico e ginecologico e un laboratorio di analisi. In una città dove la qualità della vita si misura anche sulla possibilità di curarsi senza percorsi impossibili, sono interventi che incidono.
“The Garden of Siena”: 20mila metri quadri per respirare
Tra il 2001 e il 2004 il progetto forse più simbolico: un’area verde intitolata “The Garden of Siena”. Nel tempo si è trasformata in uno spazio polifunzionale su circa 20.000 metri quadrati, con parco pubblico, piscina, percorso pedonale tra piante locali, un centro culturale con libri disponibili e un ristorante. Un parco non cambia la geopolitica. Ma cambia un pomeriggio, un’abitudine, un’idea di città. E cambia il modo in cui i bambini e le famiglie possono vivere lo spazio pubblico. Chi ha visitato Dura in quegli anni ricorda famiglie arrivate in gruppo, genitori che spingono altalene, passeggiate, socialità: normalità, che in certi contesti è già una conquista. Non tutto, però, procede senza attriti. Persino la piscina – progettata come luogo di svago e salute – ha mostrato i limiti delle trasformazioni rapide: la gestione si è scontrata con norme sociali ancora segnate da separazioni di genere. È un dato utile perché costringe a una verità spesso rimossa: la cooperazione funziona quando ascolta, quando negozia, quando accetta che lo sviluppo non è un telecomando. È un processo, con contraddizioni. La crisi e il dramma che la popolazione palestinese sta vivendo da oltre un anno, ma anche il percorso di collaborazione che via via si è fatto meno pubblico, inevitabilmente interroga anche su questi aspetti: che fine avranno fatto le opere della collaborazione? Che uso avrà oggi il “Garden of Siena”, nato come area verde e diventato negli anni uno spazio universale di divertimento e identità sociale? Il pulmino della pace – che per tanti bambini significò semplicemente arrivare a scuola – è ancora in servizio, è stato sostituito, è diventato un ricordo? E, più in generale, qual è oggi lo stato degli interventi socio-sanitari e dei percorsi formativi avviati in quegli anni? Interrogativi legittimi perché la cooperazione si misura anche nella durata, nella manutenzione, nella capacità di aggiornarsi ai bisogni e alle condizioni che cambiano.
La cooperazione che crea competenze
Tra il 2005 e il 2006, a Dura venne realizzato un Centro di riabilitazione, poi un Centro giovanile. Parallelamente, proseguirono progetti formativi rivolti ai ragazzi: tra questi un corso di riprese e montaggio video curato da realtà italiane impegnate sul versante culturale e audiovisivo. E’ un passaggio interessante quello di una comunità che riceve aiuti materiali, ma investe anche su linguaggi e competenze. Formare giovani a raccontare il proprio contesto -con telecamera e montaggio – significava e significa spostare la narrazione dall’esterno all’interno, almeno in parte. Non è un gesto neutro, ma è un gesto civile. Nel quadro degli interventi sostenuti dal partenariato, tra il 2003 e il 2006 vennero realizzati anche servizi sanitari nell’area del campo profughi di Dheisha, vicino a Betlemme: prima un ambulatorio pediatrico, poi un medical center. È un’altra traiettoria importante del sostegno: quando un progetto locale entra in un contesto di vulnerabilità estrema, la misura non è più l’opera in sé, ma la continuità dei servizi e la capacità di rimanere agganciati a bisogni reali.
Quel libro fotografico del 2001
Nel 2001, in parallelo alle iniziative sul campo, Siena promosse un volume fotografico che raccontava il percorso di collaborazione, con il coinvolgimento dell’amministrazione comunale dell’epoca, del Comitato per le pari opportunità e dell’ufficio stampa comunale. Nella prefazione, il Console italiano a Gerusalemme, Gianni Ghisi sottolineava un punto che allora era già evidente: la solidarietà italiana non passava solo dai grandi canali, ma da una rete fitta di enti locali, Ong, associazioni, parrocchie. Una “cooperazione decentrata” che, per sua natura, lavorava sul lungo periodo, lontano dai riflettori. Alla presentazione del volume collaborarono gli amministratori delle due città: i sindaci di allora, Pierluigi Piccini e Mohammed Abu Atwan e l’assessore Mario Cataldo. Le parole di 25 anni fa insistevano su un concetto molto concreto: non c’è dialogo senza condizioni minime di vita – casa, lavoro, istruzione, sanità, servizi. È una tesi discutibile? Si può discutere. Ma è difficilmente liquidabile come slogan: perché chi ha visto nascere un ambulatorio o uno scuolabus sa che la “pace” non è solo un trattato; è anche la possibilità, domani mattina, di andare a scuola, di socializzare per uscire dall’isolamento e di fare una visita medica.
Il punto, nel 2026: memoria e responsabilità
Raccontare oggi Siena-Dura ad una città che in gran parte non ricorda quella esperienza non è facile e soprattutto non significa costruire una favola a lieto fine. Significa fare i conti con la realtà, con gli anni che passano e con una domanda senza alzare la voce: che fine fanno, nel tempo, i legami costruiti dalle città? Restano patrimoni civici o diventano cartoline? Oggi, questa collaborazione, ricorda una cosa essenziale: quando un Comune decide di impegnarsi fuori dai propri confini, lo fa usando strumenti pubblici e relazioni istituzionali. E proprio per questo il racconto deve essere accurato, verificabile, sobrio, trasparente. Non perché il tema sia soltanto “delicato”, ma perché riguarda la credibilità stessa delle istituzioni e delle comunità che le sostengono. E c’è un altro dato che pesa, anche se non può essere usato come clava: la città di Dura si trova a poco più di cinquanta chilometri da Gaza. Una distanza breve sulla mappa, enorme nella percezione europea. Ma sufficiente a ricordare che ciò che accade in una parte della Palestina riverbera sull’altra, e che parlare di cooperazione significa parlare di tenuta dei servizi, di mobilità, di opportunità per i giovani, di spazi pubblici, di salute.
Non interrompere, ma nemmeno semplificare
Il rischio, oggi, è doppio. Da una parte: interrompere i legami perché “troppo complicato”, perché “non cambia niente”, perché “ci sono emergenze più vicine”. Dall’altra: mantenere il legame solo come dichiarazione, senza progetti, senza ascolto, senza verifiche. In mezzo c’è la strada più difficile e più adulta: continuare a collaborare senza pretendere di risolvere un conflitto o le difficoltà quotidiane, ma pretendendo da sé stessi coerenza, purezza, costanza. Pubblicamente, di Dura non sappiamo più niente dal 2010. Ma non c’è dubbio che un pulmino, un ambulatorio, un parco, un centro di riabilitazione e giovanile, un laboratorio, corsi di formazione sono tasselli importanti che non si dimenticano e che non si vogliono far dimenticare. Non sono un’ideologia. E forse è proprio questo, nel 2026, il modo più serio per interrogare le proprie coscienze senza retorica: ricordare che la solidarietà, quando è fatta bene, non vive di applausi. Vive di continuità, di cura, di presenza. E’ come un filo: o lo tieni in mano, con costanza, o si spezza senza fare rumore.





