Siena, Gabriella Piccinni: “Ho chiuso i corsi strutturati: troppo rispetto, poca dialettica”

La professoressa emerita dell’Università di Siena racconta l’ultima lezione: didattica che cambia, emozioni in aula e fuga dei giovani.

Di Redazione | 20 Gennaio 2026 alle 21:00

Storica di lungo corso e voce autorevole dell’Ateneo senese, la professoressa Gabriella Piccinni fa il punto dopo la sua ultima lezione nei corsi strutturati. Intervistata a Buongiorno Siena, la professoressa — in pensione dal 2021 ma ancora attiva come emerita — spiega perché ha scelto di fermarsi, cosa è cambiato nell’università e come vede i ragazzi di oggi.

“Non ex docente”: il ruolo da emerita

Piccinni chiarisce subito un equivoco: non ha smesso di appartenere all’università. Dopo il pensionamento ha continuato a insegnare e fare ricerca come professoressa emerita, anche con un corso tenuto a titolo gratuito.

«Rimango nell’università: non è vero che sono “ex docente”, sono professoressa emerita. Posso ancora insegnare e fare ricerca».

Perché chiudere i corsi strutturati

La decisione nasce dal rapporto con gli studenti, fulcro di 45 anni di insegnamento. Oggi, dice, il divario generazionale è diventato troppo ampio per la dialettica che lei considera essenziale.

«A un certo punto ho sentito che non contestavano più. Mi rispettano troppo. Tutto quel che dico è oro colato: così l’insegnamento non funziona».

Spazio, comunque, a seminari o incontri su invito dei colleghi: «Chiudo i corsi, non il dialogo» è il sottotesto.

L’emozione dell’ultima lezione

Piccinni non nasconde la commozione, cifra del suo modo di stare in aula e tra le persone.

«Mi chiamavano “piangina”: ho la lacrima facile. Le emozioni fanno parte del mio modo di rapportarmi. Quando è arrivato un mio ex studente per salutarmi, mi sono commossa».

Studenti e merito: “La voce fino all’ultima fila”

Nessun rimpianto, nessuna “sorpresa” al contrario su talenti non riconosciuti. Il suo obiettivo è sempre stato portare ciascuno al massimo possibile, senza lasciare indietro nessuno.

«Ho cercato di aiutare tutti, i più forti e i più fragili. Volevo che la voce arrivasse fino all’ultima fila».

La didattica che cambia (e si frammenta)

Il rammarico più grande è per la trasformazione dei percorsi. Dalle annate lunghe, novembre-giugno, al mosaico di moduli da poche ore, che rende più difficile costruire legami e lavoro sul campo.

«Amavo i corsi annuali: per mesi diventavamo parte della vita degli studenti e loro della nostra. Ora l’insegnamento è frantumato. Non è la stessa cosa sommare 9 ore e fare 27 ore di fila. E portare i ragazzi in archivio era formativo».

Siena, i giovani e il valore di andare via

L’uscita dei ragazzi dalla città è, per Piccinni, un campanello d’allarme per Siena, che “si è un po’ spenta” e offre meno opportunità. Ma la mobilità universitaria resta, di per sé, una ricchezza formativa.

«Per la città è un allarme enorme se i giovani non restano. Ma studiare fuori è prezioso: i fuorisede al primo anno sono più smarriti, al secondo fanno un salto di qualità. Si misurano con la vita e crescono prima».

Il suo addio ai corsi strutturati è un atto di coerenza con l’idea di università come confronto vivo e reciproco. E resta la sua frase-bandiera, che suona come un testimone consegnato a chi insegna oggi:

«Volevo che la voce arrivasse fino all’ultima fila».



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