Siena, grida 'fascisti' ai carabinieri e fa resistenza: condannata

Lite dopo un controllo sul bus: in aula la versione dell’imputata. Sentenza: un anno con pena sospesa, 6 mesi di lavori socialmente utili e 2.500 euro ai tre militari.

Di Andrea Bianchi Sugarelli | 4 Febbraio 2026 alle 19:00

Siena, grida 'fascisti' ai carabinieri e fa resistenza: condannata

Una corsa in autobus, la richiesta dei documenti, una lite che si sposta in strada. Poi arrivano i carabinieri e, nel giro di pochi minuti, la scena — secondo l’accusa — si trasforma in spintoni, urla, manette e due militari al pronto soccorso per lesioni alle mani. Oggi, 4 febbraio 2026, il Tribunale di Siena ha messo un punto sul procedimento a carico di una donna di 44 anni, di origine straniera accusata di resistenza a pubblico ufficiale (in concorso con il figlio), lesioni personali a pubblico ufficiale, aggravanti sulle lesioni e recidiva infraquinquennale. E’ stata condannata a 1 anno di reclusione (pena sospesa) e 6 mesi di lavori socialmente utili, con risarcimento di 2.500 euro complessivi a tre carabinieri indicati come persone offese, spese processuali e oltre 2mila euro per la parte civile. Per il figlio, minorenne, il fascicolo corre su un binario separato. La sentenza è arrivata dopo un’udienza intensa, davanti al giudice Alessandro Maria Solivetti Flacchi, con il pm Massimo Rossini per l’accusa, l’avvocato Manfredi Biotti per la difesa e l’avvocato Alessandro Betti per la parte civile dei militari.

La ricostruzione dell’accusa

Secondo l’imputazione, i carabinieri della Stazione Siena Centro sarebbero intervenuti il 6 novembre 2025 per sedare una lite tra la donna e un dipendente di Autolinee Toscana che l’aveva pizzicata senza biglietto. Durante gli accertamenti, sempre secondo la Procura, la madre sarebbe stata raggiunto dal figlio e non avrebbero poi fornito le generalità. A quel punto, la situazione sarebbe degenerata in spintoni, offese e minacce. Nella contestazione compaiono anche frasi attribuite alla donna, rivolte ai militari: “Non mi toccate! Razzisti! Fascisti!”. E ancora: “Vi ammazzo! Lasciate stare mio figlio”. Per l’accusa, nella colluttazione due vicebrigadieri avrebbero riportato lesioni alle mani: un trauma a un dito per ciascuno, con prognosi di dieci giorni.

L’esame dell’imputata

Prima della discussione, stamattina, la donna è stata ascoltata dal giudice. Ha fornito una versione che sposta l’asse del racconto sul rapporto con i controllori e sulla gestione dell’intervento. Ha riferito che avrebbe voluto scendere prima dal mezzo, senza riuscirci, e di essere poi stata controllata: “Sono saliti i controllori, ero senza biglietto e mi hanno chiesto i documenti. Poi, scesi, uno mi ha detto in albanese un’offesa pesante che ha coinvolto la mia famiglia”. A quel punto, ha spiegato, avrebbe chiamato il figlio che si trovava in zona piazza Gramsci. Ha ammesso uno dei gesti al centro della vicenda: “Il controllore mi ha offeso di nuovo e allora gli ho sputato”. E sul momento in cui arrivano i carabinieri: “Ho visto che stavano arrestando mio figlio. Mi sono arrabbiata, ma non ho aggredito nessuno: ho detto solo ‘fascisti’ e ‘razzisti’ per come si sono comportati con lui”. Sulla mancata identificazione ha dichiarato: “Non ho dato i documenti perché avevo lasciato la borsa da un’altra parte. Anche mio figlio non li ha dati perché li avevo io”. E ha circoscritto la resistenza a un singolo frangente: “Ho fatto resistenza solo quando volevo prendere la mia borsa, lasciata sulla panchina accanto al punto informazioni”. Infine, ha aggiunto di aver saputo “in tribunale” delle lesioni ai militari, negando di averle provocate: “Non le ho causate io”.

Parte civile: “Responsabilità c’è”

Per i tre carabinieri, compresi i due finiti in ospedale, si è costituito parte civile l’avvocato Alessandro Betti. In aula ha chiesto di aderire alle conclusioni della Procura: “Mi associo alla richiesta di condanna del pm”. Sul quadro complessivo ha sottolineato che, a suo giudizio, la sequenza dei fatti evidenzia condotte penalmente rilevanti, ricordando anche le frasi rivolte ai militari e il contesto del controllo a bordo: “Vengono trovati senza biglietto e da lì scatta una reazione che porta allo scontro: la responsabilità c’è”. Quanto al danno, la parte civile aveva chiesto dieci mila euro complessive, poi liquidati dal giudice in misura inferiore.

La difesa: “Sulle lesioni, non è lei”

Di segno diverso la linea dell’avvocato Manfredi Biotti, difensore di fiducia dell’imputata, che ha insistito soprattutto sui capi relativi alle lesioni: “L’esame dell’imputata chiarisce che la dinamica principale ha riguardato il figlio”. Per il legale, dagli atti emergerebbe che il gesto più direttamente collegato al ferimento del carabiniere sarebbe stato attribuito al minore: “In particolare, viene descritto il tentativo di torcere la mano del militare da parte del ragazzo”. Da qui la richiesta: “Per i capi sulle lesioni chiediamo l’assoluzione per non aver commesso il fatto”. Sulla resistenza, la difesa ha chiesto una valutazione più contenuta e ha domandato attenuanti e benefici: “Se ritenuta la responsabilità sul capo principale, chiediamo il minimo della pena, la sospensione condizionalee, in alternativa, una pena sostitutiva con lavori di pubblica utilità”. Contestata anche, secondo la difesa, l’applicazione della recidiva: “Va esclusa in relazione alla tipologia del precedente”.

La sentenza

Il giudice Solivetti Flacchi ha definito il procedimento a carico della madre con una condanna che combina pena detentiva (sospesa) e lavori socialmente utili, oltre al risarcimento e alle spese. Resta separata la posizione del figlio minorenne, che seguirà il proprio percorso giudiziario. Le motivazioni, che saranno depositate entro 60 giorni, spiegheranno quali episodi il giudice ha ritenuto provati e con quali ragioni, in una vicenda partita da un controllo e degenerata in pochi minuti fino all’intervento dei carabinieri e alle contestazioni di resistenza e lesioni.

Andrea Bianchi Sugarelli

Andrea Bianchi Sugarelli è giornalista professionista con una lunga esperienza maturata nelle tv senesi e nella stampa locale dove dal 1996 ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità negli ambiti dello sport, cultura, Palio e cronaca giudiziaria. Nato a Siena nel 1973, nel corso della sua carriera ha gestito le attività di comunicazione per le Città del Vino, svolgendo anche le funzioni di portavoce e curando i rapporti istituzionali con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Agricoltura. Ha inoltre fatto parte del CdA dell’antica Biblioteca degli Intronati. Ha guidato il settore comunicazione del Siena Calcio in serie C e, tra il 2020 e il 2021, è stato responsabile della comunicazione per il sindaco di Siena, Luigi De Mossi, e delle Società partecipate del Comune. Ha un percorso accademico che si è svolto nelle università di Siena e Firenze e alla Luiss Business School. È autore e co-autore di saggi di carattere storico e di attualità.



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