Una porta del bagno chiusa, una scritta rimossa in fretta, nomi che circolano in una foto condivisa di chat in chat. Mentre la città e le istituzioni si stringono attorno alle studentesse e alle loro famiglie, all’Istituto Sarrocchi la ferita è ancora aperta. Dopo la presa di posizione della preside Cecilia Martinelli, l’intervento del sindaco Nicoletta Fabio e dell’assessore regionale Cristina Manetti, oggi a parlare in esclusiva a Radio Siena Tv – con il pudore e la forza di chi si trova dall’altra parte – è una mamma, voce di chi osserva da vicino le conseguenze di quanto accaduto tra le mura della scuola.
“La situazione che si è creata merita di essere raccontata con correttezza, per far capire davvero come stanno le cose” spiega la donna, che preferisce restare anonima per tutelare la privacy della figlia e delle studentesse coinvolte. Le sue parole aprono uno squarcio su quanto si è mosso in questi giorni tra i corridoi dell’Istituto, e soprattutto tra i gruppi di studenti e le loro famiglie, spesso lasciate senza risposte.
Secondo il suo racconto, la notizia della “lista” e la relativa foto hanno iniziato a circolare tra gli studenti diversi giorni prima che la vicenda venisse portata all’attenzione degli adulti: “La foto della scritta era già nelle mani dei ragazzi da mercoledì, e intanto quell’immagine ha iniziato a diffondersi tra studenti di tutta la scuola. Alcuni ragazzi e ragazze di altri istituti hanno persino avvisato parenti delle compagne che risultavano nella lista, segno che la notizia ha fatto il giro delle scuole molto prima che arrivasse a noi genitori”.
Nelle ore immediatamente successive al ritrovamento della scritta, la scuola è intervenuta: “La referente per il bullismo ha rassicurato i ragazzi, dicendo che la scritta era stata rimossa e la stanza pulita”, racconta la madre. “Ma molti professori non erano nemmeno a conoscenza di questa storia fino a ieri. E soprattutto, non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale alle famiglie, nessuna convocazione o parola di conforto alle studentesse coinvolte”. La distanza tra quanto dichiarato pubblicamente e ciò che i genitori hanno vissuto si fa sentire: “Almeno per quanto ne so io, non è arrivata nessuna rassicurazione”.
Un aspetto che emerge con forza è che “se la vicenda è venuta fuori, è stato proprio grazie agli studenti. Sono stati loro a volerlo, a parlarne con la rappresentante d’Istituto e con la referente. La volontà di far emergere la cosa è partita da loro, non dagli adulti”. Una sottolineatura che sposta il focus dall’indignazione astratta all’importanza di ascoltare e accompagnare chi chiede aiuto: “Spesso si tende a condannare solo chi commette il gesto, ma in questo caso la scuola avrebbe dovuto fare di più anche per chi è stato colpito”.
La madre spiega di aver chiesto spiegazioni e supporto: “Abbiamo fatto i passi necessari. Alcuni docenti, fra cui anche i coordinatori delle diverse classi, fino a ieri non sapevano nemmeno come muoversi ed erano rimasti molto colpiti da quanto successo. E anche noi lo abbiamo saputo solo perché le foto circolavano tra i ragazzi”.
Nelle sue parole non c’è astio né voglia di polemica, ma una profonda indignazione: “Non importa quale nome sia stato scritto, in questi casi è come se ci fosse il nome di tutti. Trovo la cosa molto grave. Ma ancora più grave è il comportamento generale: non basta cancellare una scritta, bisogna stare vicino ai ragazzi e alle ragazze, rassicurarli davvero. Questo problema non è stato affrontato nelle classi, e invece sarebbe stato necessario. Oltre alla cancellazione della scritta, avremmo voluto che ci fosse un momento di riflessione collettiva in tutte le aule”.
Le studentesse direttamente coinvolte, racconta la madre, stanno affrontando la situazione con determinazione: “Hanno reagito con rabbia e forza, e stanno portando avanti questa battaglia, al di là dei nomi”. La preoccupazione più grande, spiega, “è che questa vicenda si diffonda in modo scorretto, che la verità venga distorta e che tutto ricada sulle ragazzine. Mi dispiacerebbe molto, anche se per fortuna non si lasciano abbattere facilmente”.
Il racconto della mamma offre uno sguardo essenziale su quello che accade dopo, e su ciò che serve nell’immediato futuro. In poche ore, la vicenda è uscita dai muri della scuola, diventando un tema di discussione in tutta la città e anche a livello nazionale. “Quello che mi sta più a cuore – spiega – non è che vengano fuori i nomi dei responsabili, ma che la questione non venga archiviata in fretta. È fondamentale capire davvero quanto sia importante ascoltare chi subisce certi episodi”.
Intanto, la città si interroga e le istituzioni – dalla scuola al Comune fino alla Provincia e Regione – promettono fermezza e progetti di educazione al rispetto. Ma la voce dei genitori, oggi, chiede soprattutto attenzione e presenza: “La scuola deve essere il primo posto sicuro per i nostri figli. E in momenti così, servono parole, gesti e ascolto. Altrimenti, le ferite rischiano di restare aperte molto più a lungo delle scritte sui muri”.