Un cellulare “micro”, nascosto dove non batte mai il sole, e un metal detector che fa da narratore imparziale. È da qui che parte la vicenda chiusa questa mattina in Tribunale a Siena con una condanna a 8 mesi: un detenuto cinquantenne, napoletano, allora recluso nel carcere di Ranza a San Gimignano, era imputato per accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione dopo che, durante un controllo in istituto nel luglio 2023, gli agenti avrebbero trovato un mini telefono L&star (con batteria di riserva e accessori) occultato nelle vie rettali.
In aula, davanti al giudice Francesco Picardi, il pm Alberto Bancalà ha chiesto 14 mesi di reclusione, sostenendo che gli elementi raccolti durante il controllo indicherebbero la concreta disponibilità di un dispositivo utilizzabile. La difesa, affidata all’avvocato Alessandro Betti, ha chiesto l’assoluzione, sostenendo che il telefono non sarebbe stato attivo; in subordine, ha sollecitato l’applicazione del minimo della pena e il riconoscimento delle attenuanti.
L’episodio risale al 9 luglio 2023. Secondo quanto emerso dagli atti, durante una perquisizione straordinarianell’area passeggio del reparto di alta sicurezza, il detenuto – poi imputato nel procedimento – è stato sottoposto a controllo al passaggio sotto il metal detector, che avrebbe segnalato la presenza di un oggetto metallico. A quel punto è scattata la perquisizione personale in locale dedicato. Nella prima fase gli operatori hanno rinvenuto in cella un cavetto riconducibile alla ricarica di telefoni cellulari. Al secondo passaggio al metal detector, l’allarme non si è spento. Invitato a consegnare eventuali oggetti non dichiarati, l’uomo ha infine consegnato spontaneamente un micro cellulare e una batteria di riserva, che – sempre secondo la ricostruzione – erano stati occultati nelle vie rettali.
All’imputato è stato contestata la disponibilità o l’uso, da parte di persone detenute, di dispositivi idonei alla comunicazione non consentiti. Per la Procura, la presenza del micro telefono insieme al cavetto – e, come ricordato oggi, anche della scheda e degli accessori rinvenuti – costituirebbe un quadro indicativo di un dispositivo verosimilmente utilizzabile, dunque non “inerte”. Da qui la richiesta del pm Bancalà: 14 mesi.
Di diverso avviso la difesa. L’avvocato Betti ha insistito sul punto che il telefono, al momento del rinvenimento, non sarebbe stato in funzione e che ciò inciderebbe sulla valutazione complessiva della condotta. In subordine, qualora il giudice avesse ritenuto integrata la fattispecie contestata, ha chiesto una risposta sanzionatoria contenuta, parametrata al minimo edittale con le attenuanti.
La vicenda ha avuto un risvolto quasi da commedia dell’assurdo – un telefono minuscolo finito in un nascondiglio decisamente insolito – ma in aula il registro è rimasto quello della cronaca giudiziaria: essenziale, tecnico, concreto. Perché, al netto della dimensione “micro” del dispositivo e del modo scelto per trasportarlo, il punto giuridico resta uno: la disponibilità di un mezzo di comunicazione non autorizzato in carcere, tema che l’ordinamento tratta con particolare attenzione. Il procedimento si è chiuso con la condanna a 8 mesi esclusa la recidiva.