Una semplice notifica poteva trasformarsi in un dramma. È questa la fotografia scattata stamani nell’aula del Tribunale di Siena dove si è svolta la quarta udienza del processo a carico di un cittadino malese, accusato di resistenza a pubblico ufficiale dopo i fatti avvenuti nell’ottobre 2019 al Cas San Benedetto. Sotto la regia del giudice Francesco Picardi (nella foto), sono stati protagonisti in aula il vice procuratore onorario Claudio Rotunno, titolare dell’accusa, e l’avvocato Devis Baldi – che ha seguito tutto il processo in sostituzione del legale di fiducia del foro di Imperia, Angelo Massaro – a difesa dell’imputato.
La vicenda prende il via con un incarico ordinario: la consegna di una notifica di nullaosta da parte del personale dell’Ufficio immigrazione della Questura di Siena a un giovane del Mali, all’epoca 22enne, ospite del Centro di accoglienza straordinaria per migranti all’Acquacalda. Gli agenti, in abiti civili, si presentano nella struttura, si qualificano e spiegano la natura non punitiva dell’atto. Ma la reazione dell’uomo, secondo quanto ricostruito in aula, è immediatamente sopra le righe.
“Non so cosa abbia pensato, ma ha iniziato ad agitarsi – ha raccontato uno degli agenti davanti al giudice Picardi – Si è avvicinato a una finestra che dava sul passaggio della scuola materna, minacciando di romperla. Abbiamo scelto di temporeggiare finché tutti i bambini non fossero usciti, per evitare traumi. Poi sono partite le minacce: rompo il vetro e vi taglio la gola”.
Il racconto è proseguito con la descrizione dei momenti concitati: calci e pugni ai poliziotti, poi urla e la difficoltà degli agenti nel gestire una situazione potenzialmente pericolosa non solo per loro ma anche per lo stesso protagonista: “Temevamo potesse farsi del male da solo”, ha spiegato il testimone, interrogato dal pm Rotunno e successivamente incalzato dalla difesa rappresentata da Baldi. “Solo con l’arrivo di altro personale in divisa e la collaborazione del responsabile del Centro – ha detto ancora – riportammo la situazione alla calma e accompagnammo l’uomo, che aveva rifiutato di mostrare i documenti, in Questura“.
Il dibattimento, che si è concentrato stamani sull’ascolto degli agenti intervenuti, ruota intorno all’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. La difesa, nel corso del controesame, ha insistito sulle condizioni psicologiche e sulle motivazioni che avrebbero potuto indurre il giovane straniero a fraintendere la natura della notifica, che temeva potesse essere un provvedimento espulsivo o restrittivo.
L’udienza è stata aggiornata a febbraio, con la discussione e contestuale sentenza. Resta un interrogativo di fondo: come una procedura amministrativa ordinaria possa, in alcuni casi, trasformarsi in una miccia pronta ad accendersi. E quanto, nella gestione delle tensioni, il confine tra paura personale e pericolo oggettivo sia sottile, specie in contesti delicati come i centri di accoglienza. Nel frattempo, la vicenda resta emblematica delle complessità quotidiane che le forze dell’ordine e gli operatori sociali sono chiamati ad affrontare sul campo.
