C’è una data che a Siena non appartiene solo al calendario del teatro o del tempo che fa da ponte tra l’inverno e la primavera. Il 19 febbraio, per molti, è anche la sera in cui una tournée si trasformò in cronaca: Adolfo Celi, atteso sul palco dei Rinnovati per I misteri di Pietroburgo di Dostoevskij, fu colto da un malore prima di andare in scena e morì poche ore dopo. Proprio oggi ricorrono quarant’anni da quell’episodio che legò per sempre la città del Palio al volto di uno degli attori più riconoscibili del cinema italiano. E, per una generazione intera, al primario più citato delle “zingarate”: il professor Alfeo Sassaroli di Amici miei.
Quella sera del 1986 Celi era a Siena per lavoro, come capita agli attori che macinano repliche, suole di scarpe e valigie. Ma l’uscita di scena fu improvvisa e definitiva. In teatro, per non fermare lo spettacolo, arrivò a sostituirlo un collega che con lui aveva un rapporto che andava oltre la compagnia: Vittorio Gassman. Le immagini e i ricordi di quelle ore sono rimasti nella memoria cittadina e televisiva: Gassman, visibilmente provato, parlò di un amico fraterno e di una perdita pesante per il mondo dello spettacolo.
A rendere la storia particolarmente “senese” è il contrasto tra l’atmosfera della tournée e il peso del personaggio che Celi si portava addosso. Per il grande pubblico, infatti, Adolfo Celi non era solo l’attore di teatro in cartellone, né soltanto il professionista con una carriera internazionale che lo aveva portato a interpretare anche ruoli di respiro mondiale – come il cattivo in Thunderball della saga di James Bond o l’indimenticabile Lord James Brooke nello sceneggiato Sandokan. A metà anni Settanta, con Amici miei, era diventato un’icona popolare: il chirurgo elegante, tagliente, capace di fulminare con una battuta e di liquidare il dramma con una frase che ancora oggi basta pronunciare per essere riconosciuta al volo: “Non si deve mai andare in Germania, Paolo”.
Il “Sassaroli” è rimasto un personaggio-simbolo perché funziona ancora oggi: una maschera lucidissima, una comicità secca, da adulti, senza bisogno di effetti speciali. I dialoghi cuciti addosso a Celi sono entrati nel linguaggio comune. E quel primario, che nel film diventa bersaglio e complice delle bravate del gruppo, è stato anche uno dei ponti più solidi tra il cinema e la Toscana, terra in cui Amici miei ha lasciato impronte concrete: strade, scorci, bar, abitudini e citazioni che continuano a riemergere come una “supercazzola” ben piazzata. Siena, però, in questa vicenda non fa da sfondo cinematografico. Fa da luogo reale, con un teatro, una compagnia, una serata prevista e una notizia che corre.
La morte di Celi arrivò mentre il pubblico lo aspettava. E la scelta di Gassman di salire sul palco al suo posto – un gesto raro, pratico e insieme carico di responsabilità professionale – è uno di quei dettagli che spiegano meglio di mille aggettivi cosa voglia dire appartenenza al mestiere. Celi aveva 63 anni. Nato a Messina nel 1922, portava con sé una biografia ampia e irregolare, fatta di teatro, cinema e viaggi. Aveva lavorato molto all’estero, si era mosso tra set e palcoscenici con la naturalezza di chi non considera i confini un problema. Eppure, alla fine, l’ultima scena fu in Toscana, in una città che è stata Stato e Repubblica e che quella sera non lo vide recitare, ma lo “trattenne” nella memoria. Accanto a lui, ad assisterlo prima di esalare l’ultimo respiro c’era la ex moglie Veronica Lazar.
A quarant’anni di distanza, l’eredità più visibile resta duplice. Da una parte la traccia teatrale e umana di quella serata senese; dall’altra la persistenza popolare di Amici miei, che continua a vivere anche fuori dallo schermo. Segno che la commedia, quando è scritta bene e recitata meglio, non ha bisogno di anniversari per tornare: gli basta che qualcuno, a un tavolo o per strada, accenni una frase e il resto lo fa la memoria collettiva. E Siena, ogni 19 febbraio, si ritrova con un pezzo di quella memoria in casa: non la cartolina, ma la cronaca. Quella di una tournée interrotta, di un teatro che va avanti, di un collega che corre a sostituire un amico. E di un attore che per molti resterà sempre il professor Sassaroli, anche se quella sera, in camerino, sarebbe stato semplicemente Adolfo Celi.
