Tutto ruota attorno a un dettaglio minuscolo e decisivo: un telefonino (nascosto per gli inquirenti, in mano e a vista per la difesa), usato per chiedere aiuto. Da quel messaggio, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe partita la catena che tra il 19 e il 20 marzo 2023 portò al blitz della polizia in un appartamento di via Duprè e alla liberazione di un cittadino pakistano che sostiene di essere stato sequestrato.
È questa la vicenda al centro del processo per sequestro di persona a scopo di estorsione che si celebra davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Siena. Alla sbarra due pakistani di 41 e 43 anni, residenti a Siena all’epoca dei fatti: oggi uno vive ancora in città, l’altro a Rapolano Terme. Sono accusati di aver trattenuto con la forza un connazionale contro la sua volontà per costringerlo a pagare un debito di 2.000 euro. Secondo gli investigatori, il giovane sarebbe stato immobilizzato da più persone e poi minacciato con un coltello per indurlo a pagare la somma, indicata come prezzo della liberazione. Dopo essere stato condotto prima in un parco, poi alla stazione ferroviaria e infine in un nuovo appartamento nel territorio dell’Onda, la vittima sarebbe riuscita a inviare messaggi d’aiuto tramite un cellulare nascosto.
In aula, al terzo piano del palazzo di giustizia, la giornata di oggi è andata avanti per oltre tre ore. Il pm Siro De Flammineis, sostituto procuratore della Repubblica, ha sentito tutti i testimoni della pubblica accusa (quattro invece sono stati revocati rispetto alla lista iniziale) e ha depositato la sentenza definitiva della Corte d’Appello relativa al procedimento principale, quello più ampio, con cui sette persone sono state condannate in via definitiva. La Corte d’Assise è presieduta dal dottore Gianmarco Marinai, con giudice a latere il dottore Simone Spina e sei giudici popolari. La difesa dei due imputati è affidata all’avvocata Monica Barbafiera del foro di Firenze.
La maxi inchiesta e le condanne in appello
Il processo nasce come “stralcio” di una vicenda più vasta: l’inchiesta che ha ricostruito un sistema di arrivi e permanenza di migranti, soprattutto pakistani, attraverso un ingresso illegale in Italia gestito da un’organizzazione con base logistica a Siena e collegamenti in Grecia e Bosnia. I migranti, giunti tramite la rotta balcanica, venivano ospitati temporaneamente in abitazioni prese in affitto e, dopo aver pagato somme ingenti per il viaggio, sarebbero stati sottoposti a ulteriori richieste estorsive, sotto minaccia di violenze fisiche e psicologiche.
Nel 2023-2024, l’indagine della Squadra Mobile di Siena, coordinata dalla Dda di Firenze, ha acceso un faro sui flussi anomali registrati in città e sul presunto circuito di accoglienza “privata”. Nel procedimento principale, definito con rito abbreviato, la giustizia fiorentina ha inflitto pene da 10 anni a 3 anni e 4 mesi nei confronti di sette imputati, con contestazioni a vario titolo e, una volta espiata la pena, l’espulsione dal territorio nazionale. In alcune posizioni non è stata riconosciuta l’associazione a delinquere, pur restando condanne per altri reati. La vicenda del presunto sequestro del marzo 2023 è rimasta invece autonoma, approdando in Corte d’Assise per la gravità dell’imputazione.
Via Duprè e quel messaggio
Parlano i testi e gli imputati
Poi sono stati ascoltati gli imputati, i quali si sono avvalsi di un interprete. Il più coinvolto, l’uomo di 43 anni, ha ricostruito la vicenda negando di aver partecipato a un sequestro e presentandola come un’ospitalità: l’amico (uno dei condannati in Appello, ndr) “mi chiamò e mi chiese di ospitare un ragazzo per qualche giorno. Io dissi di sì, ma ero all’oscuro di ciò che stava avvenendo”. Ha insistito sul contesto di solidarietà tra connazionali (“Tra pakistani ci si aiuta”) e ha contestato un punto centrale: “Io non ho chiuso la porta a chiave”, sostenendo che “le chiavi erano sopra il mobile”. Ha aggiunto di aver dato supporto all’ospite: “Gli ho fornito anche l’hotspot personale e anche il mio cellulare per chiamare la famiglia in Pakistan”. E ha concluso: “Io stavo solo aiutando un connazionale… non lo avrei mai perquisito o sequestrato”.
Il fratello di 41 anni ha riferito di essere rientrato e di aver trovato l’uomo già in casa: “Ho chiesto chi era e mio fratello mi ha detto che era un ospite”. Ha negato segnali d’allarme da parte del connazionale: “Non ha chiesto di uscire di casa, si è fatto la doccia e ha mangiato frutta”. Ha quindi affrontato la questione dell’accesso: “La porta era chiusa, ma le chiavi erano sul mobile”. Infine ha ricordato il momento dell’irruzione: “Ci hanno ammanettato… io ero in cucina”, sottolineando che il punto in cui si trovava la presunta vittima era “a pochi metri”.
In chiusura, l’avvocata Barbafiera ha indicato due testimoni della difesa: un operatore del Cas di Chianciano e un altro agente intervenuto in via Duprè. Il presidente Marinai ha rinviato al 4 maggio per la loro audizione e, a seguire, per la discussione, con probabile sentenza. La partita, ora, resta tutta nella ricostruzione di quelle ore: ospitalità o costrizione, favore o estorsione. Sarà la Corte a tracciare il confine.