Siena, sequestro a scopo di estorsione: in Assise processo ai due pakistani

Udienza fiume il 2 febbraio 2026: ascoltati i testimoni dell’accusa e gli imputati. Depositata dal pm De Flammineis la sentenza d’appello della maxi inchiesta sul racket dei migranti

Di Andrea Bianchi Sugarelli | 2 Febbraio 2026 alle 20:00

Siena, sequestro a scopo di estorsione: in Assise processo ai due pakistani

Tutto ruota attorno a un dettaglio minuscolo e decisivo: un telefonino (nascosto per gli inquirenti, in mano e a vista per la difesa), usato per chiedere aiuto. Da quel messaggio, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe partita la catena che tra il 19 e il 20 marzo 2023 portò al blitz della polizia in un appartamento di via Duprè e alla liberazione di un cittadino pakistano che sostiene di essere stato sequestrato.

È questa la vicenda al centro del processo per sequestro di persona a scopo di estorsione che si celebra davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Siena. Alla sbarra due pakistani di 41 e 43 anni, residenti a Siena all’epoca dei fatti: oggi uno vive ancora in città, l’altro a Rapolano Terme. Sono accusati di aver trattenuto con la forza un connazionale contro la sua volontà per costringerlo a pagare un debito di 2.000 euro. Secondo gli investigatori, il giovane sarebbe stato immobilizzato da più persone e poi minacciato con un coltello per indurlo a pagare la somma, indicata come prezzo della liberazione. Dopo essere stato condotto prima in un parco, poi alla stazione ferroviaria e infine in un nuovo appartamento nel territorio dell’Onda, la vittima sarebbe riuscita a inviare messaggi d’aiuto tramite un cellulare nascosto.

In aula, al terzo piano del palazzo di giustizia, la giornata di oggi è andata avanti per oltre tre ore. Il pm Siro De Flammineis, sostituto procuratore della Repubblica, ha sentito tutti i testimoni della pubblica accusa (quattro invece sono stati revocati rispetto alla lista iniziale) e ha depositato la sentenza definitiva della Corte d’Appello relativa al procedimento principale, quello più ampio, con cui sette persone sono state condannate in via definitiva. La Corte d’Assise è presieduta dal dottore Gianmarco Marinai, con giudice a latere il dottore Simone Spina e sei giudici popolari. La difesa dei due imputati è affidata all’avvocata Monica Barbafiera del foro di Firenze.

La maxi inchiesta e le condanne in appello

Il processo nasce come “stralcio” di una vicenda più vasta: l’inchiesta che ha ricostruito un sistema di arrivi e permanenza di migranti, soprattutto pakistani, attraverso un ingresso illegale in Italia gestito da un’organizzazione con base logistica a Siena e collegamenti in Grecia e Bosnia. I migranti, giunti tramite la rotta balcanica, venivano ospitati temporaneamente in abitazioni prese in affitto e, dopo aver pagato somme ingenti per il viaggio, sarebbero stati sottoposti a ulteriori richieste estorsive, sotto minaccia di violenze fisiche e psicologiche.

Nel 2023-2024, l’indagine della Squadra Mobile di Siena, coordinata dalla Dda di Firenze, ha acceso un faro sui flussi anomali registrati in città e sul presunto circuito di accoglienza “privata”. Nel procedimento principale, definito con rito abbreviato, la giustizia fiorentina ha inflitto pene da 10 anni a 3 anni e 4 mesi nei confronti di sette imputati, con contestazioni a vario titolo e, una volta espiata la pena, l’espulsione dal territorio nazionale. In alcune posizioni non è stata riconosciuta l’associazione a delinquere, pur restando condanne per altri reati. La vicenda del presunto sequestro del marzo 2023 è rimasta invece autonoma, approdando in Corte d’Assise per la gravità dell’imputazione.

Via Duprè e quel messaggio

Questa mattina, il dirigente della Squadra mobile all’epoca dei fatti, Riccardo Signorelli, ha ripercorso in modo essenziale le tappe che portarono all’intervento: prima la segnalazione di una rissa su un treno per Empoli e poi, in stazione, l’identificazione di alcuni pakistani, due dei quali erano scappati da un’abitazione in Castelvecchio. Non si trattava però di una rissa per futili motivi, ha spiegato, ma di “un’aggressione” da collegare alla fuga dei due. Da lì, il passaggio all’ipotesi più grave: un terzo uomo scomparso, poi risultato essere stato portato in un altro appartamento del centro storico, in via Duprè. Signorelli, oggi vice questore a Livorno, ha sintetizzato il punto chiave: il giovane, che non si trovava, sarebbe riuscito a chiedere aiuto con un telefono “che aveva nascosto” (un altro gli sarebbe stato sequestrato, secondo l’accusa), scrivendo a un conoscente e poi a un agente di polizia in grado di leggere e parlare l’urdu (pakistano); da lì l’allarme e il blitz. Il dirigente ha riferito che il giovane immigrato era chiuso in casa. Quando gli agenti sono arrivati sul posto, uno degli indagati ha aperto la porta e ha chiesto il motivo del controllo, mettendosi però sull’uscio per ostacolare l’ingresso e impedire loro di vedere all’interno. In quel momento gli agenti hanno notato una persona rannicchiata a terra e hanno deciso di intervenire. Quanto al movente economico, il teste ha parlato della richiesta di 2.000 euro e della minaccia di pressioni anche sui familiari in Pakistan se il denaro non fosse arrivato. In controesame è stato precisato che gli agenti non hanno visto scambi di denaro e che la vittima non era ammanettata, lasciando anche intendere che l’uomo sia stato trovato con il telefono in mano e a vista.

Parlano i testi e gli imputati

Gli altri testimoni hanno aggiunto frammenti e precisazioni sia sull’intervento in stazione sia sul blitz. In particolare, l’agente in grado di leggere e parlare l’urdu ha confermato di essere stato contattato dal migrante chiuso nella casa di via Duprè e di aver ricevuto la posizione via satellite: “Quando mi contattò, parlava con voce bassa e tremante”. Un sovrintendente ha descritto l’ingresso nell’appartamento, la percezione che qualcuno stesse cercando di guadagnare tempo e l’attenzione a un uomo in cucina che stava cucinando con un coltello; ha aggiunto di aver visto la presunta vittima e di averla trovata con il telefono in mano. Sul piano tecnico, un ispettore ha riferito di un’intercettazione telematica e di una conversazione del 12 maggio in cui, senza citare mai la vittima, si parlerebbe del sequestro. Tra le frasi riportate: “Hanno preso un ragazzo da casa mia” e, a un certo punto, “Non posso parlare, sono intercettato”. Lo stesso teste ha però precisato che l’estrazione forense dei telefoni non avrebbe restituito riscontri diretti sui fatti oggetto del processo.

Poi sono stati ascoltati gli imputati, i quali si sono avvalsi di un interprete. Il più coinvolto, l’uomo di 43 anni, ha ricostruito la vicenda negando di aver partecipato a un sequestro e presentandola come un’ospitalità: l’amico (uno dei condannati in Appello, ndr) “mi chiamò e mi chiese di ospitare un ragazzo per qualche giorno. Io dissi di sì, ma ero all’oscuro di ciò che stava avvenendo”. Ha insistito sul contesto di solidarietà tra connazionali (“Tra pakistani ci si aiuta”) e ha contestato un punto centrale: “Io non ho chiuso la porta a chiave”, sostenendo che “le chiavi erano sopra il mobile”. Ha aggiunto di aver dato supporto all’ospite: “Gli ho fornito anche l’hotspot personale e anche il mio cellulare per chiamare la famiglia in Pakistan”. E ha concluso: “Io stavo solo aiutando un connazionale… non lo avrei mai perquisito o sequestrato”.

Il fratello di 41 anni ha riferito di essere rientrato e di aver trovato l’uomo già in casa: “Ho chiesto chi era e mio fratello mi ha detto che era un ospite”. Ha negato segnali d’allarme da parte del connazionale: “Non ha chiesto di uscire di casa, si è fatto la doccia e ha mangiato frutta”. Ha quindi affrontato la questione dell’accesso: “La porta era chiusa, ma le chiavi erano sul mobile”. Infine ha ricordato il momento dell’irruzione: “Ci hanno ammanettato… io ero in cucina”, sottolineando che il punto in cui si trovava la presunta vittima era “a pochi metri”.

In chiusura, l’avvocata Barbafiera ha indicato due testimoni della difesa: un operatore del Cas di Chianciano e un altro agente intervenuto in via Duprè. Il presidente Marinai ha rinviato al 4 maggio per la loro audizione e, a seguire, per la discussione, con probabile sentenza. La partita, ora, resta tutta nella ricostruzione di quelle ore: ospitalità o costrizione, favore o estorsione. Sarà la Corte a tracciare il confine.

Andrea Bianchi Sugarelli

Andrea Bianchi Sugarelli è giornalista professionista con una lunga esperienza maturata nelle tv senesi e nella stampa locale dove dal 1996 ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità negli ambiti dello sport, cultura, Palio e cronaca giudiziaria. Nato a Siena nel 1973, nel corso della sua carriera ha gestito le attività di comunicazione per le Città del Vino, svolgendo anche le funzioni di portavoce e curando i rapporti istituzionali con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Agricoltura. Ha inoltre fatto parte del CdA dell’antica Biblioteca degli Intronati. Ha guidato il settore comunicazione del Siena Calcio in serie C e, tra il 2020 e il 2021, è stato responsabile della comunicazione per il sindaco di Siena, Luigi De Mossi, e delle Società partecipate del Comune. Ha un percorso accademico che si è svolto nelle università di Siena e Firenze e alla Luiss Business School. È autore e co-autore di saggi di carattere storico e di attualità.



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