Bastano pochi secondi, a volte, per infrangere la legge. Lo ha stabilito oggi il Tribunale di Siena, dove un uomo di 36 anni, di origine marocchina, è stato condannato per aver violato il divieto di contatto con la ex compagna, una donna di 40 anni di Poggibonsi. Il giudice, dottor Fabio Frangini, ha fissato la pena a tre mesi di reclusione, applicando il minimo previsto e riducendo ulteriormente la pena di un terzo grazie alla scelta del rito abbreviato. Esclusa invece l’aggravante della recidiva.
Tutto ruota attorno a un messaggio inviato tramite Messenger, il 3 ottobre 2023. L’uomo, che si trova attualmente nel carcere di Modena per altra causa, era sottoposto all’obbligo di dimora a Imperia e al divieto di avvicinamento e di qualsiasi contatto – telefonico, informatico o fisico – con la ex compagna, come disposto dal Tribunale di Siena nell’agosto 2023, dopo la presentazione di querela da parte della donna e l’attivazione delle misure di protezione. Il dispositivo prevedeva anche il controllo tramite braccialetto elettronico. Nonostante i divieti, l’imputato ha inviato un messaggio alla donna tramite Messenger. Questo unico episodio è stato sufficiente per far scattare la contestazione di violazione del provvedimento e della misura cautelare. Il pubblico ministero, Massimo Rossini, ha inoltre contestato la recidiva reiterata, dato che l’uomo aveva già precedenti penali ed ha chiesto una pena a quattro mesi.
Questo pomeriggio, in aula “Vannini”, la difesa è stata affidata all’avvocata Francesca Martini (nella foto) del Foro di Siena, che ha sostituito il collega Nicola Giribaldi del Foro di Livorno. La legale ha chiesto l’assoluzione, sostenendo che l’invio di un solo messaggio non sarebbe sufficiente a integrare il reato previsto dalla legge, sottolineando inoltre che il suo assistito non aveva la consapevolezza di contravvenire al provvedimento. Ha poi evidenziato che il divieto di avvicinamento non era stato violato, e che il messaggio inviato rappresentava una condotta lievissima. In subordine, la difesa ha chiesto la condanna al minimo della pena ed esclusione della recidiva, richiamando anche una pronuncia della Cassazione del 2010 secondo cui l’aggravante della recidiva reiterata ha natura facoltativa e va valutata dal giudice in base alla gravità e alle modalità della condotta.
Il giudice Frangini, dopo una lunga camera di consiglio, ha condannato l’imputato a tre mesi di reclusione, riconoscendo che anche l’invio di un solo messaggio costituisce violazione del divieto. Tuttavia, ha escluso l’aggravante della recidiva, ritenendo che la condotta contestata – seppur penalmente rilevante – non fosse indice di una particolare pericolosità sociale, e ha concesso le attenuanti generiche.
Dal processo che si è concluso oggi pomeriggio al tribunale di Siena c’è da trarre due certezze: la sentenza conferma che anche un solo gesto, seppur digitale, può avere serie conseguenze sul piano penale; allo stesso tempo, il caso evidenzia come la valutazione della gravità delle condotte e delle aggravanti sia affidata, caso per caso, alla sensibilità e alla discrezionalità del giudice. Non c’è dubbio alcuno che la vicenda giudiziaria ha lanciato un chiaro monito: anche un solo “click” può fare la differenza tra libertà e reclusione.