In tribunale le storie più difficili entrano sempre dalla porta dei dettagli: in questo caso sono una busta bianca lasciata a terra davanti a casa, un soprannome ripetuto in modo ossessivo, messaggi che continuano anche quando la relazione è già finita. Stamattina, nell’aula del Tribunale di Siena, un’udienza durata quasi tre ore ha messo in fila accuse, contestazioni e testimonianze attorno a un procedimento per atti persecutori. Al centro del fascicolo c’è un uomo di 49 anni, originario di Milano, chiamato a rispondere – secondo l’accusa – di condotte persecutorie nei confronti dell’ex compagna, una giovane del 1997, agente di Polizia locale in provincia di Siena. La partita legale si è giocata davanti al giudice Fabio Frangini, con la sostituta procuratrice Silvia Benetti titolare dell’indagine e, in aula, il vice procuratore onorario Claudio Rotunno per la pubblica accusa. La difesa è affidata all’avvocata Filomena d’Amora (foro di Siena); la donna, costituita parte civile, è assistita dall’avvocata Francesca Martini (foro di Siena).
“Condotte violente, moleste e persecutorie”
Secondo l’impostazione accusatoria, l’indagato non avrebbe accettato la fine della relazione, interrotta nel febbraio 2022, e avrebbe messo in atto “condotte violente, moleste e persecutorie” tali da determinare nella donna “un perdurante e grave stato d’ansia”, fino a spingerla – sostiene la Procura – a rivolgersi a un supporto psicologico e a modificare le proprie abitudini di vita. Gli episodi contestati, con l’aggravante di aver agito ai danni dell’ex compagna, sono stati tutti contestualizzati durante l’interrogatorio della vittima. Nel corso di una discussione sulla decisione della donna di chiudere la relazione, l’uomo l’avrebbe spinta più volte con forza fino a farla cadere a terra. L’accusa ricostruisce poi l’invio di tre lettere anonime dattiloscritte, tutte con la stessa formula: “bella vigilessa dagli occhi di ghiaccio”. La prima sarebbe stata recapitata all’abitazione in cui la donna era domiciliata durante l’impiego di agente di polizia locale; per gli inquirenti conteneva frasi offensive e denigratorie e riferimenti minacciosi a possibili conseguenze sul lavoro, con allusioni a etichette denigratorie. La seconda sarebbe arrivata all’abitazione della madre della vittima e conteneva espressioni ritenute intimidatorie (“Hai puntato il dito contro la persona sbagliata!”; “Almeno uno lo hai tolto dal mezzo di sicuro”). La terza sarebbe composta da dieci fogli e includerebbe passaggi considerati minatori, fra cui: “Se non ti posso avere io non ti avrà nemmeno lui, né altri. A costo di andare a finire il lavoro che ho iniziato”. Nell’atto si fa riferimento anche a una brochure sul “disturbo borderline di personalità”, allegata – sempre secondo l’accusa – per insinuare un problema psicologico e prospettare una diffusione della notizia in ambito lavorativo.
La deposizione e le domande del giudice
La vigilessa – senza paravento e con tono fermo – ha ripercorso in aula due anni di relazione, dal 2020 al 2022, descrivendola come “burrascosa”. Ha parlato di litigi frequenti e di una rottura che, secondo la sua versione, non avrebbe chiuso davvero i conti. Attorno al 20 febbraio 2022 colloca l’episodio più acceso: urla, spintoni e oggetti lanciati in casa: “Ho chiamato i miei genitori perché avevo paura”, ha riferito, spiegando di essersi fatta restituire le chiavi dell’appartamento e di aver provato a tagliare i ponti. Ma, sempre secondo il suo racconto, i contatti con l’uomo sono continuati. E la svolta, ha detto, è arrivata con le lettere anonime. La scena che ha riportato in aula è di quelle che restano: “Ho aperto la porta e ho trovato una busta bianca per terra”. Dentro, sostiene, c’erano screenshot, vignette offensive e una chat con il vicino di casa che lei non riconosce, definendola “fittizia”. Ha raccontato anche la paura di veder circolare pubblicamente quel materiale, soprattutto per il possibile impatto sul lavoro, e ha spiegato di aver presentato una denuncia contro ignoti, poi integrata dopo gli invii successivi. Sul piano personale, ha parlato di ansia, paura, di un percorso psicologico e di abitudini cambiate. Alle domande della parte civile ha precisato che le tre lettere sarebbero state aperte mentre una quarta è stata consegnata chiusa ai carabinieri per i rilievi che sono stati eseguiti dai Ris i quali “mi è stato detto che hanno rilevato le impronte del mio ex”.
La zona grigia
A quel punto il processo è entrato nella zona grigia che spesso accompagna queste vicende: i contatti che non si interrompono, i messaggi, le spiegazioni richieste e negate. Il giudice Fabio Frangini, un po’ disorientato, ha incalzato su questo nodo: perché andare avanti a sentirsi per mesi se la relazione era finita? La vittima ha risposto che scriveva per capire se fosse l’ex fidanzato l’autore delle missive: era “arrabbiata”, ma ha ammesso che “gli volevo bene”. In aula c’era anche l’imputato. Durante il confronto su alcuni messaggi prodotti dalla difesa, e dopo rilievi del giudice sulla loro utilizzabilità in quella forma, l’uomo è intervenuto per chiarire la propria posizione su immagini e conversazioni circolate tra i due spiegando il motivo per cui aveva quelle stesse immagini. La giovane, sollecitata, ha detto di non ricordare con precisione e ha aggiunto che potrebbe avergli inoltrato materiale per chiedere spiegazioni.
I testimoni e il rinvio
Poi hanno parlato i familiari. Il padre ha ricordato la chiamata di aiuto della figlia e l’intervento nel cuore della notte in cui trovò “una situazione concitata”: lei esasperata, lui – ha detto – irascibile, con un atteggiamento che gli sembrava mirato a “sottometterla” e a tenerla sotto controllo. La madre ha descritto un rapporto teso, ha riferito di aver visto un livido sul braccio della figlia e ha ricordato un episodio con la casa “sottosopra” e la ragazza in lacrime. È stato sentito anche un vicino di casa, che ha parlato di litigi uditi più volte e che una volta le sue telecamere hanno ripreso l’imputato intento a sbarbare un paletto davanti al suo giardino.
In chiusura, il pm Rotunno, ha annunciato un’integrazione dell’imputazione per la quarta lettera anonima, poi consegnata chiusa ai carabinieri per accertamenti. Il periodo contestato viene così esteso fino al 10 giugno 2022 e la lettera sarà inserita negli atti. Il giudice ha disposto il rinvio al 12 marzo per le acquisizioni documentali. In quella data l’avvocato dell’imputato potrà chiedere il termine a difesa e valutare l’accesso a riti alternativi. La vicenda, ora, passa dal racconto alla verifica processuale: accusa e difesa dovranno misurarsi sui fatti, uno per uno.