Come una pandemia ci ricorda che non c’è benessere umano, senza il benessere del pianeta

Il Professore universitario Pietro Lupetti spiega come e quanto l'uomo abbia avuto un ruolo chiave nella diffusione del virus. "Distruggiamo e frammentiamo interi ecosistemi. Alteriamo equilibri delicati". Ecco come, attraverso le nostre scelte, creiamo terreno fertile per nuove zoonosi.

Era il 2012 quando il divulgatore scientifico David Quammen scrisse “Spillover”, un attento studio riguardante l’evoluzione delle pandemie. A rileggere le sue pagine oggi, il lavoro dello statunitense pare essere una vera e propria profezia. La futura grande pandemia (The Next Big One) secondo Quammen, sarebbe stata causata da un virus zoonotico trasmesso da un animale selvatico, verosimilmente un pipistrello, che sarebbe venuto a contatto con l’uomo attraverso un «wet market» in Cina. Per comprendere meglio la pandemia di coronavirus, la sua genesi e il suo sviluppo, abbiamo chiesto l’aiuto del docente universitario Pietro Lupetti, professore presso il Dipartimento di Scienze della vita dell’Università di Siena.

Professore, cosa intendiamo per Spillover?

“Parliamo di Spillover per riferirci alla capacità di un organismo patogeno presente in un animale vertebrato di attraversare la barriera ecologica rappresentata dal cambiamento di specie, riuscendo così a colonizzare un uomo. Abbiamo già avuto modo di registrare la facilità con cui i virus a RNA, come i coronavirus, riescono a mutare, acquisendo così la capacità di colonizzare un nuovo ospite”.

Cosa sono invece le zoonosi?

“Parliamo di zoonosi riferendoci a tutte le patologie non solo virali, ma anche batteriche, fungine o parassitarie che sono nate in animali vertebrati diversi dall’uomo e che hanno acquisito la capacità per mutazione e adattamenti successivi di affliggere anche l’essere umano. È un percorso non unidirezionale, prevede infatti anche il ritorno agli animali dei patogeni presenti nell’uomo e questo forse rappresenta il problema più attuale. Ci sono animali cosiddetti serbatoio, cioè degli organismi nei quali i patogeni si rifugiano e quando l’uomo pensa di aver debellato l’infezione, questi costituiscono una riserva che può far insorgere una nuova epidemia quando l’uomo si trova nuovamente in una posizione di sistema immunitario suscettibile”.

Per quale motivo le zoonosi sono aumentate negli ultimi decenni?

“Ci sono tanti motivi. La storia inizia con le cosiddette transizioni epidemiologiche. A seconda del cambiamento dell’assetto socio economico della comunità umana, sono intercorsi a partire già dal Neolitico delle condizioni che hanno facilitato le trasmissioni di patogeni da animale a uomo. Passando da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori, i nostri antenati, hanno dato vita a un nuovo ecosistema. Animali precedentemente selvatici hanno iniziato a convivere con l’uomo, questa coesistenza ha creato un terreno fertile per l’adattamento di alcuni patogeni, dapprima presenti solo in animali selvatici, sull’uomo. Altro momento fondamentale è rappresentato dalla rivoluzione
industriale. Da quel momento in poi, abbiamo dato vita agli antibiotici, abbiamo inventato la medicina così come la conosciamo oggi, sono calate le zoonosi, sono regredite le malattie batterico virali. Possiamo invece definire i giorni nostri come una terza transizione. L’inurbamento, la creazione di megalopoli, la globalizzazione, la forte coesistenza di uomo e animale, sembra essere diventato con il tempo, un terreno perfetto per l’insorgenza periodica di queste epidemie”.

Possiamo dire che l’uomo ha una grande responsabilità sul propagarsi di queste epidemie?

“L’uomo è un cofattore, non è l’unico responsabile. Questi virus a RNA hanno un altissimo tasso di mutazione che li rendono molto insidiosi. L’uomo ha però facilitato l’insorgenza di queste pandemie. Deforestiamo, frammentiamo gli ecosistemi, andando ad indebolirli. Quest’ultimi se potessero mantenere la loro biodiversità, sarebbero in grado di regolare la presenza di queste malattie. Noi invece impoveriamo la biodiversità, frammentiamo gli ambienti in cui tante specie vegetali e animali vivono, aumentando la probabilità di contatto e favorendo Spillover tra patogeni che prima erano ospiti di animali”.

Dobbiamo aspettarci nuove epidemie nei prossimi anni?

“Autorevoli studi epidemiologici, ci dicono che queste epidemie saranno ricorrenti. Negli ultimi 15 anni, il 60% delle malattie nell’uomo ci sono arrivate per zoonosi e sovente hanno aspetti di pandemie. Dovremo convivere con queste problematiche, dovremo modificare i nostri atteggiamenti, organizzare diversamente il nostro lavoro, la nostra vita quotidiana. Le modalità di incontro cambieranno; la stessa urbanistica, comprese le abitazioni dovranno tenere conto delle lezioni che l’epidemia ci sta dando. Questa emergenza ci darà l’opportunità di sviluppare una delle caratteristiche che da sempre contraddistinguano l’uomo: la resilienza, la capacità di sapersi adattare”.

Esiste una correlazione tra benessere umano e tutela del nostro pianeta?

“Assolutamente sì. Si parla di Planetary Health o di Salute circolare. Sono concetti che vogliono richiamare l’attenzione su un aspetto: la medicina tradizionale non è più sufficiente, non può essere l’unico strumento di cui ci possiamo dotare per la salute umana. Dovremo considerare gli ecosistemi, la biodiversità le interazioni con l’ambiente, come dei fattori che condizionano il benessere umano. Di conseguenza la salute del pianeta diventa un tutt’uno con la salute dell’uomo. Dobbiamo tenere in ordine e per bene la nostra casa, se vogliamo viverci in salute”.

Che ruolo ha il sistema economico in cui gran parte del mondo occidentale vive, nel diffondersi di queste epidemie?

“È evidente che il modello economico di sviluppo e crescita costante stia scricchiolando. Ci stiamo accorgendo che non è un modello imprescindibile. In alternativa, si parla già di economia dell’ambiente, un nuovo modello che introduce il concetto di tutela degli ambienti e della biodiversità. Un modello che riesce a sottolineare il valore che questo sistema può avere sul pianeta e sulla nostra salute. Meno globalizzazione, meno crescita sconsiderata. Più sviluppo consapevole e sostenibile, questa è la ricetta”.

 

Andrea Mari

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