Caterina Murino si emoziona mentre parla. Lo fa davvero, senza filtri. La voce si incrina appena, gli occhi si velano. Sta raccontando una scena importante de La vedova scaltra, quando il Carnevale finisce, quando il tempo della leggerezza si chiude, quando Rosaura deve scegliere. È lì che tutto si fa fragile, umano, irripetibile. “Mi emoziono perché è come se la sua giovinezza, la sua follia, la sua leggerezza, questo gioco che lei ha inventato, la sua primavera, stesse terminando. In quei dieci giorni c’è tutta la sua vita- afferma – Tutta la follia, i regali, quel momento lì, purtroppo non ci sarà più”.
È da questa emozione che parte la prima puntata del 2026 di Su Il Sipario, la rubrica dedicata a raccontare il teatro attraverso le voci dei suoi protagonisti. E questa volta il viaggio è dentro La vedova scaltra di Carlo Goldoni, in scena al Teatro dei Rinnovati: una commedia settecentesca che parla sorprendentemente al nostro presente. Per Murino, Rosaura non è solo un personaggio. È un luogo, un’atmosfera, una città intera. “Rosaura è Venezia- dice senza esitazione – Nella sua bellezza, nella sua follia, nei suoi meandri oscuri, nel suo carnevale, nella sua umidità, nei suoi piccioni, in tutti i colori della bellezza di Venezia e oltre”.
Rosaura è una giovane vedova, rimasta sola dopo un matrimonio imposto con un uomo molto più anziano. Ora è ricca, libera, e si ritrova in mezzo al Carnevale. È qui che tutto ricomincia. È qui che la sua giovinezza – mai davvero vissuta – torna a pulsare. “Lei torna da un ballo con la sua serva e si ritrova quattro pretendenti: un inglese, un francese, uno spagnolo e un italiano. Sembra una barzelletta – sorride – . E con un’idea astutissima, mascherandosi, lei smaschererà loro”.
Goldoni scrive La vedova scaltra nel 1748. Ma Rosaura è una donna di oggi. Una donna che non vuole essere posseduta, che rivendica la propria libertà, che rifiuta di essere un oggetto. “C’è un monologo in cui il Conte pretende che lei sia una sua proprietà. E lei lo rimette a posto: non sono un oggetto, non ti appartengo – racconta Murino -. Goldoni era innamorato delle donne. Ha scritto tantissime pièce per rivendicare la loro libertà”. Poi la sua voce si fa più ferma, più dura. “Parliamo del 1748, ma siamo nel 2026 e raccontiamo ancora femminicidi. Uomini che pensano che una donna sia una loro proprietà. Rosaura è l’emblema dell’emancipazione femminile”. Alla domanda se Goldoni possa essere considerato un femminista ante litteram, Murino non ha dubbi: “Assolutamente si – ma precisa-. Con una bilancia giusta. Dove uomo e donna hanno la stessa intelligenza. Non è una guerra, è un equilibrio. È questa la forza di Goldoni”.
Ed è proprio questo equilibrio che prende corpo in scena attraverso Arlecchino, interpretato da Enrico Bonavera, che con questo personaggio convive da quarantacinque anni. “È una simbiosi – dice – Arlecchino è una creatura semplice, quasi infantile. È amnesico. Come i bambini: piangono per una botta, poi una caramella e si dimenticano tutto”.
Ma dietro la comicità si nasconde qualcosa di più profondo. “In realtà è un personaggio quasi tragico – confessa – . Non ha risorse se non la sua astuzia e la sua innocenza. Non sa qual è il suo futuro, e il passato non gli serve”. Con la maschera, la sfida è enorme. “Dichiari che il personaggio è teatrale, finto. Ma poi devi far dimenticare la maschera. A un certo punto deve diventare vero. Vivente”. E il pubblico lo riconosce subito: “Quando entra Arlecchino, è come se dicessero: “Eccolo, è tornato”. È un onore, ma anche un onere”. Nel rapporto con Rosaura, Arlecchino resta ai margini. “Per lui i padroni sono inarrivabili. Lei è bellezza, è distante. Lui gioca, scherza, sopravvive”. Poi aggiunge una riflessione che sembra attraversare tutto lo spettacolo: “Goldoni era affascinato dalle donne attrici, che erano più libere delle donne nella società. Scriveva per loro, per quella libertà non convenzionale”.
A completare il mosaico è Giorgio Borghetti, che interpreta un pretendente: un uomo potente, fisico, dominante, ma anche profondamente fragile. “Il regista ha voluto che fosse il più forte, il più violento, il più macho – racconta -. Ma con un contraltare: una grande fragilità. Ha un rapporto morboso con la madre, discende dal re. È forza e debolezza insieme”. Un ruolo che è anche una prova fisica: “Il mio cappotto pesa otto chili”. Ma soprattutto emotiva perchè “nel prefinale ha una catarsi. Ho dovuto trovare una doppia vocalità: una profonda, una angelica”. E poi c’è Rosaura, sempre al centro. “È l’oggetto del desiderio di questi quattro uomini. Siamo l’antesignano dell’emancipazione femminile – dice Borghetti – È la donna che sceglie. È la donna che incastra. È la donna che decide”. La vedova scaltra è un classico, ma “è un tornare indietro che è un presente – spiega Borghetti -. È classico e moderno insieme. Con videoproiezioni, scenografie contemporanee, ma un’anima antica”.
Ed è forse questo il miracolo del teatro: parlare di oggi usando parole di ieri. “Io spero che i giovani – dice Murino- che ridano, che si divertano, ma che capiscano che uomo e donna devono rispettarsi. È un ballo a due. Nessuno deve sovrastare l’altro”. E mentre lo dice, si emoziona di nuovo. Perché Rosaura non è solo un personaggio. È una possibilità. È una voce che dal 1748 continua a dire, con sorprendente attualità: io non sono tua.
Lo spettacolo sarà visibile anche domani alle 17 al Teatro dei Rinnovati, cartellone Sipario Rosso a cura del direttore artistico Vincenzo Bocciarelli.