Al Teatro dei Rinnovati va in scena Lungo viaggio verso la notte, capolavoro di Eugene O’Neill. Ma più che uno spettacolo, è un attraversamento. Un’opera che non cerca conforto, che non promette redenzione, che chiede allo spettatore di restare dentro il buio. Durante la rubrica Su il Sipario, Gabriele Lavia — regista e interprete di James Tyrone — apre le porte del suo lavoro con parole nette, senza mediazioni: “Il Lungo viaggio verso la notte è un capolavoro assoluto, e lo dice già il titolo. È un viaggio lungo. Lunghissimo. O’Neill scrive testi enormi, interminabili. Se lo mettessimo in scena integralmente durerebbe cinque ore, cinque ore e mezzo. Forse otto. Ma lui non scrive per gli spettatori. Scrive per liberarsi il cuore, per liberarsi l’anima”.
È da questa urgenza che nasce tutto. Lavia lo spiega con chiarezza: “Questa storia lui la voleva scrivere da tanto tempo. Ci mette dentro la sua vita, la sua salute, la sua malattia. Ci mette il suo cuore a pezzi. È una specie di confessionale”.
La casa come gabbia
La famiglia Tyrone è prigioniera dei propri demoni: dipendenze, rimpianti, ferite mai sanate. Ed è proprio da questa idea che nasce la scenografia. “Ho pensato subito che erano tutti dentro una gabbia. Tutti. La gabbia della famiglia, la gabbia della droga. Una prigione”. Ma Lavia non si accontenta di un’immagine letterale. La sua gabbia è storta, inclinata, deformata. Per renderla evidente, inserisce elementi perfettamente dritti — librerie, finestra — che accentuano la sensazione di mondo fuori asse. “Siccome io faccio sempre tutto storto, ho fatto una gabbia storta. Però per far capire che era storta ci voleva qualcosa di dritto. Così ho messo le librerie dritte. È lì che capisci davvero che tutto è sbilenco”. Anche i dettagli diventano drammaturgia. Persino il pavimento. “La cosa più importante in teatro, anche se non lo capisce quasi nessuno, è il pavimento. I piedi degli attori. Dove sono appoggiati. Ho pensato ai tappeti buttati lì, in modo distratto. Perché questa è una casa che sta insieme per inerzia”.
Una casa che non protegge, ma divora.
James Tyrone: l’uomo che ama più il teatro della vita. Nel ruolo del padre, Lavia tratteggia un uomo contraddittorio: affettuoso e feroce, presente e assente, profondamente egoista. “È un uomo con un solo vero amore: il teatro – spiega-. Come tutti gli attori. Ama la moglie, ama i figli, certo. Ma ama di più il teatro. Perché è un attore”. James Tyrone è anche segnato da una paura che appartiene a chi vive di scena: “Ha paura di restare povero. Gli attori hanno sempre paura di restare senza scrittura. Io ho 84 anni. Mi dico: magari mi restano due anni di palcoscenico. Poi che faccio? Forse muoio”. Una confessione personale che si intreccia con quella del personaggio, fino a rendere il confine quasi invisibile.
Il cuore del dramma è Mary
Quando gli viene chiesto quale sia la scena dello spettacolo, Lavia non parla di sé. “La scena non è mia. È una scena di Federica. È Mary il centro, la noce del dramma”. Mary Tyrone è il punto di origine di tutto: la donna che avrebbe voluto farsi monaca, che incontra un attore dietro le quinte, innamorandosi perdutamente. “Quell’amore al primo sguardo è la rovina della sua vita. Ma è anche l’unica vita possibile. Perché lei sposa un attore. E l’attore deve fare gli spettacoli. E allora lei lo segue: tournée, alberghi luridi, stanze luride. Tutto lurido”. Da lì comincia la deriva. “Entra la droga. È da lei che parte la distruzione”.
Regista e attore
Essere contemporaneamente in scena e alla regia, racconta Lavia, è una condizione dolorosa. “Il regista vede troppo. L’attore vive lo spettacolo da dentro. Il regista lo guarda da fuori. Io devo fare entrambe le cose. È un’angoscia. È un tormento”. Ma è proprio questo sguardo doppio a rendere lo spettacolo così spietato e lucido. Nessuna indulgenza, nessuna carezza al pubblico. Solo la verità.
Lungo viaggio verso la notte è in scena al Teatro dei Rinnovati per questo fine settimana, questa sera alle 21 e domani alle 17. Un’occasione preziosa per incontrare dal vivo il lavoro di Gabriele Lavia e attraversare uno dei testi più intensi del Novecento. Uno spettacolo che non cerca consolazione, ma verità, e che chiede allo spettatore di restare dentro la notte fino in fondo — perché certe storie non si guardano soltanto: si portano via con sé.