Nessuna soluzione industriale definita e tempi che potrebbero allungarsi: è questo il quadro emerso dal tavolo di monitoraggio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla vertenza Beko, con un focus sul futuro del sito di Siena.
L’incontro, presieduto dalla sottosegretaria Fausta Bergamotto, ha dedicato ampio spazio anche agli altri stabilimenti italiani del gruppo – Comunanza, Carinaro, Melano e Cassinetta – mentre per Siena resta aperta la partita della reindustrializzazione. Un nuovo aggiornamento del tavolo è previsto per settembre.
Ad oggi, l’obiettivo resta individuare uno o più soggetti in grado di riassorbire tutti i lavoratori. Dopo nove sopralluoghi nello stabilimento (con altri due in programma), non è però emerso un investitore unico. Le manifestazioni di interesse finora raccolte sono tre, provenienti dai settori biomedicale, ambiente e manifattura di precisione ed economia circolare, formalizzate tramite l’advisor Sernet. I progetti, tra loro indipendenti e con tempistiche diverse, potrebbero nel complesso coprire l’intero bacino occupazionale, ma non rappresentano al momento una soluzione unitaria. Restano inoltre aperte criticità come la bonifica dell’amianto e la definizione del piano formativo avviato dalla Regione Toscana.
Dal fronte sindacale emerge una posizione condivisa di preoccupazione: “Non ci sono né tempi certi né pianificazioni, siamo un po’ delusi”, afferma Giuseppe Cesarano segretario della Fim Cisl Siena, ribadendo la necessità di “un solo soggetto industriale in grado di coprire i 40mila metri quadri” e la contrarietà a “spezzatini” che snaturerebbero l’accordo.
Sulla stessa linea Daniela Miniero, segretaria Fiom Cgil Siena, che parla di indicazioni “abbastanza deludenti” e del rischio di una “lottizzazione dello stabilimento”. Miniero sottolinea come l’accordo debba tradursi in un piano industriale solido, con “250 lavoratori nell’immediato e almeno il doppio in prospettiva”.
Per Massimo Martini della Uil “non è emerso nulla di nuovo” e l’ipotesi di tre aziende interessate “non dà soddisfazione”, perché “se tutto va bene potrebbero coprire solo gli attuali lavoratori”. Martini evidenzia però una “unità di intenti” tra sindacati e istituzioni nel chiedere al Governo un’accelerazione per arrivare a un progetto industriale capace di garantire continuità occupazionale e prospettive per il territorio.
