“Spedizione punitiva e tortura di Stato”. Così i giudici del Tribunale di Siena hanno motivato le condanne, tra i 5 anni e 10 mesi e 6 anni e 6 mesi, inflitte a marzo ai cinque agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Ranza (San Gimignano) per il caso del pestaggio a danno di un detenuto tunisino durante un trasferimento di cella, nell’ottobre 2018. Nelle 257 pagine prodotte, il collegio presieduto dal giudice Simone Spina ha ricostruito minuziosamente la vicenda e tutti i passaggi della lunga ed elaborata istruttoria dibattimentale, dove è risultata decisiva la visione ed analisi del video che immortala l’episodio, ricavato dalle telecamere della videosorveglianza interna all’istituto penitenziario.
Per i giudici, con una “spedizione punitiva”, che fosse d’esempio per gli altri reclusi nel reparto isolamento, gli agenti hanno commesso una “violenza collettiva e un uso illecito della forza pubblica per incutere terrore e riportare l’ordine nel carcere” tramite “un complessivo trattamento inumano e degradante” concretizzato anche mediante “la privazione del vestiario per oltre 12 ore” al tunisino. I giudici non hanno dubbio alcuno sulla condotta dei poliziotti, “numerose e tra tutte concordi sono le prove”, precisano, tanto che, scrivono, “la dinamica dei fatti trova piena corrispondenza nell fattispecie di tortura pubblica e di Stato”.
Non solo, per il Tribunale è decisiva anche la circostanza per cui gli imputati avrebbero “accortamente omesso” di segnalare quanto avvenuto alla direzione dell’istituto con una “studiata omissione” successiva a “rapporti e relazioni volutamente falsi e distorti in merito a tale episodio”. Entro 45 giorni adesso i legali dei cinque condannati dovranno presentare ricorso in Appello, con l’obiettivo di ribaltare il verdetto e far riqualificare la pesante accusa di tortura, per la prima volta contestata in Italia come reato autonomo.
Claudio Coli