Centro Antiviolenza di Siena, Cesaretti replica a Vannacci sul femminicidio: "Sono inorridita e scandalizzata"

Cesaretti: "Le donne vengono uccise perché vogliono lasciare, perché non accettano più determinati comportamenti. Il femminicidio è l'esito di un percorso di violenza"

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Io sono inorridita e scandalizzata da certe affermazioni, così come lo sono tutte le donne che operano all’interno dei centri antiviolenza“. È una replica durissima quella di Vania Cesaretti, presidente del Centro antiviolenza Donna Chiama Donna di Siena, alle dichiarazioni di Roberto Vannacci sul negare l’esigenza di istituire il reato di femminicidio. Il leader di Futuro Nazionale ha sostenuto infatti che il femminicidio non esista come fenomeno distinto dall’omicidio e ha contestato la necessità di una specifica fattispecie di reato. Una posizione che, per chi ogni giorno incontra donne vittime di violenza, non può essere ridotta a una semplice questione terminologica o giuridica.

“Io credo che queste affermazioni si commentino da sole – afferma Cesaretti –. Mi spaventano queste affermazioni e mi spaventano anche di più i consensi che può poi ricevere un soggetto o alcuni soggetti di questo tipo“.

La presidente del Centro parte dall’esperienza quotidiana delle operatrici, dalle donne che arrivano a chiedere aiuto e da quelle storie nelle quali la violenza non compare improvvisamente, ma è preceduta da una serie di comportamenti e segnali: “Il reato di femminicidio esiste. Le donne vengono uccise perché vogliono lasciare, perché non accettano più determinati comportamenti e questo è un femminicidio. Poi possono dire mille cose, ma la cronaca dal 10 di agosto ad ora parla abbastanza chiaro”.

Per Cesaretti, infatti, il tema non è stabilire se la vita di una donna abbia un valore maggiore o minore rispetto a quella di un uomo. Il punto è riconoscere la specificità di un percorso di violenza che può precedere l’omicidio, dare un nome a quella progressione e consentire di intervenire prima che si arrivi all’ultimo atto.

Le ultime drammatiche vicende di cronaca, secondo la presidente di Donna Chiama Donna, mostrano quanto possa essere lungo e terribile quel percorso: “Sono tantissime le donne che nell’arco di venti giorni sono state uccise. Non ultima la ragazza che è stata poi gettata giù dal cavalcavia in provincia di Firenze. Credo che sia stata una parte finale di una situazione, di un vissuto atroce“.

Un episodio che, nelle sue parole, richiama alla memoria anche il caso di Giulia Cecchettin: “Mi ha fatto venire in mente Cecchettin, la ragazza che anche lei ha avuto modo di rendersi conto, ma con un’agonia che è durata a lungo.

È proprio qui che, secondo Cesaretti, entra in gioco il ruolo dei Centri antiviolenza. Non soltanto quando la violenza fisica è già esplosa, ma molto prima, quando occorre aiutare una donna a riconoscere quello che sta vivendo. “Il fatto che noi sappiamo che si possa morire di violenza, che le donne possono morire, il motivo per cui cerchiamo di fare i percorsi insieme a loro e di non lasciarle è anche perché, come sappiamo, l’isolamento uccide“.

Una progressione che può portare la vittima a perdere i propri punti di riferimento e, in alcuni casi, persino la consapevolezza di trovarsi all’interno di una relazione violenta: “Noi accogliamo le donne che sono vittime di violenza e che magari non sono consapevoli di essere all’interno di una situazione di violenza, perché per loro forse è quasi normale”.

Un lavoro quotidiano che, sottolinea Cesaretti, non ha soluzioni semplici e non può garantire che ogni storia abbia un lieto fine: “I miracoli non li sappiamo fare, ma per la formazione che abbiamo fatto, per il credo che ci spinge a venire qua tutte le volte ad aiutare le donne, lo fai perché ci credi, perché nel tuo piccolo la tua parte la vuoi fare. Nonostante tutti i problemi, nonostante le sentenze, che sono sotto agli occhi di tutti è ovvio che l’amarezza è tanta. Sentire dire o comunque sentire certe affermazioni è veramente scandalizzante”, conclude la presidente di Donna Chiama Donna.

Ma proprio l’esperienza dei Centri antiviolenza dimostra perché il femminicidio debba essere letto anche come il possibile punto finale di una progressione di condotte violente. Prima dell’omicidio possono esserci controllo, isolamento, svalutazione, minacce, violenza psicologica ed economica. Riconoscere quella progressione significa provare a intervenire prima.

E per Cesaretti è proprio questo il senso del dibattito: non sostenere che una vita valga più di un’altra, ma riconoscere che esistono percorsi di violenza specifici e che intercettarli in tempo può significare salvare una vita.

Lorenzo Agnelli

Giornalista pubblicista iscritto all'ordine dal 2020. Esperienza nel ruolo prima come corrispondente locale dalla Val d'Orcia e poi all’interno della redazione di Radio Siena Tv. Prendere parte alle discussioni e conoscere a fondo i fatti sono stati i fattori scatenanti della sua personale passione verso il giornalismo, concentrandosi principalmente sui fatti di cronaca che riguardano la collettività, come la politica e le sue incoerenze, materie da spiegare e rendere accessibili a tutti. Ama la città in cui lavora, Siena, e la sua terra, la Val d’Orcia, luogo capace di offrire bellezza paesaggistica ma anche umana, difficile da spiegare, ma che non si stanca mai di raccontare.



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