La decisione del governo britannico di vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni ha acceso il dibattito internazionale sul rapporto tra adolescenti e tecnologia. Una misura che il primo ministro Keir Starmer ha definito una svolta per la tutela delle nuove generazioni, ma che secondo lo psicoterapeuta senese Silvio Ciappi, docente universitario allo IUSVE di Verona e criminologo, rischia di essere insufficiente se non accompagnata da un più ampio progetto educativo.
“Stabilire delle regole e riflettere sull’uso dei social è importante – spiega Ciappi – ma quando si introducono dei divieti bisogna chiedersi se siamo davvero in grado di farli rispettare. Altrimenti rischiamo di perdere credibilità come adulti. Una norma che punta esclusivamente sul divieto, da sola, non basta“.
Per lo psicoterapeuta il problema non può essere ridotto a una questione tecnologica, accanto alle eventuali limitazioni servono strumenti concreti capaci di favorire relazioni e occasioni di incontro nel mondo reale.
“Bisogna affiancare a queste misure la presenza di gruppi ricreativi, maggiori opportunità di interazione faccia a faccia e una riflessione sul modo in cui scuola e famiglie utilizzano oggi gli strumenti digitali. La domanda è: noi adulti siamo davvero capaci di prescindere dai social? Noi non rinunciamo ai social nemmeno a tavola. Geolocalizziamo i figli, controlliamo continuamente il telefono, poi però attribuiamo ogni colpa ai ragazzi e alle piattaforme. Dobbiamo chiederci quanto siamo credibili quando chiediamo ai giovani comportamenti che noi per primi non adottiamo”.
Secondo il docente, il dibattito rischia spesso di essere condizionato da una percezione distorta della realtà: “Viviamo in Paesi che hanno tra i tassi di criminalità più bassi della loro storia, eppure alimentiamo continuamente la paura. Quando ero ragazzo c’erano fenomeni come l’eroina diffusa nelle strade e il terrorismo, ma i nostri genitori non ci impedivano di uscire. Oggi, invece, tendiamo a sostituire la relazione con il controllo“.
Ciappi non sottovaluta gli effetti negativi che i social possono avere sugli adolescenti, anzi riconosce come piattaforme e smartphone possano amplificare fenomeni già presenti nella società contemporanea: “Viviamo in una società della vergogna e della competizione, dove bisogna mostrarsi sempre vincenti. Molte ragazze e molti ragazzi sviluppano un’ossessione per i like, le visualizzazioni e l’esposizione pubblica. Esiste il problema della FOMO, la paura di essere esclusi, che porta a sentirsi spettatori delle vite degli altri”.
Tuttavia, mette in guardia da letture semplicistiche. “Un conto è individuare delle correlazioni, un conto è stabilire un rapporto di causa-effetto. Dire che i social siano la causa della depressione o dei disturbi giovanili è una semplificazione che non aiuta a comprendere la complessità del fenomeno“.
Per questo la strada indicata dallo psicoterapeuta è quella dell’educazione digitale e della costruzione di relazioni autentiche, più che del proibizionismo: “Possiamo pensare a politiche di limitazione e accompagnamento nell’uso dei social, soprattutto rispetto a contenuti come pornografia o chat particolarmente rischiose. Ma dobbiamo investire anche nell’educazione digitale, che manca ai giovani e spesso anche agli adulti”.
Il vero nodo, conclude Ciappi, è contrastare quella che definisce una crescente “solitudine digitale”. “Si possono vietare il telefonino o l’alcol quanto si vuole, ma se non si ricostruiscono luoghi e occasioni di incontro il problema rimane. Servono spazi di aggregazione, che siano una contrada, un oratorio, un’associazione o un circolo. È lì che si costruiscono le relazioni reali che nessun social può sostituire”.