Inchiesta giovani senesi neofascisti, l’allarme del criminologo: "La cultura dell’odio ormai ci circonda"

Il criminologo e psicoterapeuta: “Viviamo immersi nella cultura della rabbia e della violenza”

Di Simona Sassetti | 20 Maggio 2026 alle 19:00

Una vicenda che ha sconvolto Siena e che oggi obbliga a interrogarsi non soltanto sul piano giudiziario, ma soprattutto su quello culturale, educativo e sociale. Tredici minorenni senesi, tra i sedici e i quasi diciotto anni, sono finiti al centro di un’indagine della Procura minorile di Firenze coordinata dalla Digos di Siena per reati gravissimi: apologia di fascismo e nazismo, odio razziale, detenzione di armi e possesso di materiale pedopornografico. Gli investigatori hanno individuato quattro gruppi di messaggistica nei telefoni dei ragazzi, tra cui una chat chiamata “Partito Repubblicano Fascista”, dove circolavano messaggi di odio contro stranieri, esaltazioni di Hitler e Mussolini, video di aggressioni e discussioni sull’acquisto di balestre, pistole e tirapugni. Secondo quanto emerso, i giovani avrebbero anche parlato della possibilità di organizzare ronde punitive contro stranieri presenti in città, progetti che però non si sarebbero mai trasformati in azioni concrete.

La cultura dell’odio e il mondo degli adulti

Per comprendere cosa possa spingere adolescenti così giovani verso derive estremiste, Siena Tv ha intervistato Silvio Ciappi, criminologo clinico, psicoterapeuta e docente universitario allo IUSVE di Verona. E la sua analisi parte da una riflessione netta sul clima sociale che circonda le nuove generazioni.

Nella cultura dell’odio, della rabbia e della violenza siamo immersi tutti fino al collo – spiega Ciappi-. Viviamo in una società in cui il diritto, il confronto e la democrazia sembrano aver perso valore. Si agisce sempre più d’impulso e basta accendere un telegiornale per rendersene conto”.

Secondo il criminologo, il problema non riguarda soltanto i social network, ma anche il mondo adulto e i messaggi che arrivano quotidianamente ai ragazzi. “Noi adulti spesso vomitiamo odio nei social, nelle discussioni pubbliche, perfino nelle dichiarazioni di alcuni politici. I giovani crescono dentro questo clima”.

Social, identità fragili e “rifugi perversi”

Un ruolo centrale, però, lo giocano anche le piattaforme digitali e le community online frequentate dagli adolescenti. “I social alimentano un enorme senso di inadeguatezza e vergogna – continua Ciappi -. Impongono ai ragazzi di essere sempre performanti, sempre all’altezza. E allora molti cercano rifugi identitari forti dove sentirsi potenti”.

Nella sua riflessione torna spesso il tema della fragilità identitaria. “Una volta esistevano il quartiere, il pallone sul marciapiede, i luoghi reali di aggregazione. Oggi invece domina spesso l’anonimato digitale, dove ci si può fingere forti, vincenti, invincibili. Ed è proprio lì che attecchiscono certe derive”.

Per Ciappi, infatti, la vulnerabilità dei ragazzi di oggi non è più soltanto sociale o economica. “Il grande assente è il senso di identità –  sottolinea-. Le attenzioni frammentate creano identità frammentate. I giovani vivono in un mondo fatto a pezzi, dove si passa continuamente da una tragedia a un contenuto leggero, senza più il tempo di fermarsi davvero sulle cose”.

Ed è proprio in questo vuoto che, secondo il criminologo, possono inserirsi ideologie estreme e linguaggi violenti. “Queste ideologie offrono perversamente un rifugio identitario forte, dove alcuni ragazzi possono sentirsi potenti, protetti, parte di qualcosa”.

“La paura è la madre della violenza”

Ma nella lettura di Ciappi non c’è alcuna volontà di giustificare quanto accaduto. Anzi, il suo è un richiamo forte alla responsabilità collettiva. “Sono sgomento anch’io – afferma – . Davanti a episodi come questo dobbiamo interrogarci tutti: politica, famiglie, scuola, società. Perché se questi ragazzi hanno delle responsabilità, la domanda che dobbiamo farci è anche un’altra: noi adulti siamo davvero innocenti?”.

Famiglia, scuola e il rischio di identità spezzate

Nell’ultima parte della sua analisi, il criminologo si concentra proprio sul ruolo educativo di famiglia e scuola. “Le famiglie sono spesso distratte, confuse, sempre di corsa. La scuola fa tantissimo con progetti di educazione alla legalità, ma copre solo una parte della vita dei ragazzi”. Poi l’avvertimento finale: “Viviamo in una società che sembra aver abolito la fragilità e il dolore, dove bisogna mostrarsi sempre forti. In contesti del genere è facile che emergano crisi profonde di identità, che possono sfociare anche in fantasie distruttive”

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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