Figlio nato morto: risarcita solo “a metà” famiglia senese

La Corte di Appello condanna l'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese al pagamento dei danni a genitori e nonni. Ma la Cassazione non riconosce la relazione affettiva concreta con il nascituro

Una coppia di genitori senesi è stata risarcita per la morte del figlio che la mamma aveva ancora in grembo, avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 aprile 2010. I due avevano citato in giudizio l’azienda ospedaliera universitaria senese, ipotizzando responsabilità in capo al personale sanitario che aveva visitato la donna, fatta rincasare – nonostante un evidente stato di sofferenza del feto e forti dolore al ventre – e poi tornata all’ospedale per delle perdite.

Una prima domanda di risarcimento avanzata al tribunale di Siena, nel 2013, fu respinta, ma i due non si perdettero d’animo appellandosi alla Corte di Appello di Firenze, che stavolta ha dato loro ragione, seppur a metà. La Corte ha disposto una nuova perizia medico legale, il cui esito ha convinto i giudici a riformare la sentenza di primo grado: l’azienda sanitaria è stata così condannata al risarcimento dei danni per 82mila euro euro ciascuno in favore dei genitori e per 11.350 euro ciascuno anche in favore dei tre nonni.

La causa legale è proseguita in Cassazione, in quanto la famiglia contestava che per una reputata erronea interpretazione della Corte di Appello, il risarcimento non sarebbe stato proporzionato alle “tabelle di Milano”, che quantificano il danno per perdita rispetto al rapporto parentale in essere. La famiglia sosteneva che il parametro di riferimento minimo fosse sbagliato poiché sia il padre che la madre affermavano l’esistenza di una relazione affettiva concreta col nascituro, portato in grembo per nove mesi e frutto di una gravidanza fortemente voluta, ottenuta tramite inseminazione artificiale. La morte di un feto non sarebbe calcolata però nelle “tabelle di Milano”, tanto che il ricorso è stato respinto.