"Il caso Tortora e il peso delle parole", ciclo di eventi "Tressa ci porta" fa riflettere

Un'occasione a stretto contatto soprattutto con i giovani per parlare della vicenda giudiziaria e umana di Enzo Tortora, il più famoso conduttore televisivo degli anni '80, insieme alla figlia Gaia Tortora

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Il caso Tortora e il peso delle parole” è il titolo dell’evento organizzato dall’Associazione Ponte a Tressa per la kermesse di divulgazione culturale “Tressa ci Porta“. Un’occasione a stretto contatto soprattutto con i giovani per parlare della vicenda giudiziaria e umana di Enzo Tortora, il più famoso conduttore televisivo degli anni ’80, insieme alla figlia Gaia Tortora. Una vicenda di mala-giustizia legata alla gogna mediatica declinata però al presente e al futuro sul peso e sulla tossica influenza dei giudizi e dei pregiudizi.

“Aderiamo a questa iniziativa perché questa storia che ha avuto un’eco mediatica importante abbiamo pensato che potesse essere declinata sul tema del giudizio espresso in maniera impropria nella vita di tutti i giorni – spiega Simone Bonucci, consigliere del Comitato Ponte a Tressa -. Il libro spiega che le parole possono essere dei pugnali se usati in maniera impropria. Quindi sta nel riuscire a provare a fare un salto di qualità anche culturale e di sensibilità per capire che quando apriamo bocca possiamo fare male”.

Proprio il giudizio e il pregiudizio condannano le persone ad un’ingiusta sofferenza a sostenerlo è la scienza come ribadisce la psicologa Silvia Polizzy.

“Ho cercato di portare la mia esperienza anche a livello proprio scientifico – spiega la psicoterapeuta Polizzy -, su quanto il pregiudizio vada influenzando i nostri comportamenti, su quanto anche i mass media hanno un’influenza potentissima sulle nostre vite senza che nemmeno ci se ne accorga. Questo è legato proprio a una modalità di sopravvivenza del nostro cervello, che non è quella macchina meravigliosa che tutti vogliamo raccontare: alcune volte costruisce veramente delle situazioni di estremo dolore”.

Un peso davvero letale possono averlo le parole e per le nuove generazioni soprattutto quelle sui social media, perchè non importa se il luogo di diffusione sia fisico o digitale, ognuno di noi è responsabile di ciò che dice.

“Dare importanza al peso delle parole utilizzate nei social-media – ribadisce Polizzy -, perché i giovani non riescono a capire quanto potente, quanto forte sia la cassa di risonanza che queste parole hanno. Questo è un messaggio che secondo me è necessario passare, perché altrimenti si rischia di perpetuare degli errori che sono di estremo dolore. Ma oggi noi abbiamo delle competenze in più e queste competenze vanno messe a disposizione di chi ne ha bisogno”.



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