Il Tenente Colombo a Siena, il delitto è già servito: il duello in scena è una partita a scacchi

Le interviste al cast per la rubrica Su il Sipario, che vi porta a teatro a scoprire il cartellone Sipario Rosso dei Teatri di Siena

Di Simona Sassetti | 7 Febbraio 2026 alle 17:00

C’è un grido che arriva a sipario ancora chiuso, e già ti dice tutto: qui non si entra “in un giallo”, si entra in un’atmosfera. Tenente Colombo – Analisi di un omicidio parte in anticipo, come se la suspense fosse già nell’aria appena si entra al Teatro dei Rinnovati. E poi fa una cosa semplicissima e geniale: non aspetta l’ultima scena per svelare il colpevole. Te lo mette davanti. Lo guardi negli occhi. E da quel momento il gioco non è più “chi è stato?”, ma “come farà Colombo a prenderlo?”.

È il meccanismo del “giallo al contrario” che ha fatto scuola: Prescription: Murder nasce per il teatro, prima ancora della leggenda televisiva. E sul palco funziona come un congegno: serrato, elegante, con quella tensione che non si spegne mai davvero perché è una tensione di testa, di dettagli, di piccoli inciampi che diventano trappole.

Lo spettacolo scorre su più piani e non solo narrativi: c’è la storia, certo, ma c’è anche la messa in scena che la fa respirare. Le luci disegnano angoli e sospetti, la musica accompagna come un jazz discreto che “culla” e inquieta insieme, mentre gli spazi si trasformano e si aprono con precisione cinematografica. È uno di quei lavori in cui ti accorgi che la regia ha un compito invisibile: evitare che tutto si riduca a un dialogo continuo. E qui la scena è viva, si muove, ti porta in giro dentro la vicenda.

Al centro, lui: il Tenente. Trasandato quanto basta per farti abbassare la guardia, insistente quanto serve per farti innervosire, umano al punto da diventare immediatamente “tuo”. Ma poi, come sempr, colpisce.

Ramazzotti: “Non è imitazione. È un personaggio nato per la scena”

Gianluca Ramazzotti affronta Colombo con una scelta netta: niente “scimmiottamenti”, niente copia carbone. “Ho seguito il copione: è scritto talmente bene che è difficile riuscire a sbagliare. Non ho cercato l’imitazione, ho fatto una reinterpretazione… e la gente vede il Tenente Colombo”. La sfida, lo dice senza girarci intorno, era tutta lì: farsi accettare dal pubblico che ha in mente un’icona, un gigante. Eppure, appena entra in scena, il meccanismo scatta.

Ramazzotti racconta la chiave del giallo: il pubblico “sa già” e proprio per questo resta lì, agganciato, per capire come andrà a finire. “La gente vede già lo spoiler nella prima mezz’ora e poi, quando arriva il tenente, è cercare di capire come riesce a smontare pezzo per pezzo i vari alibi”. E quel “pezzo per pezzo” è tutto Colombo: l’ossessione per i dettagli, le domande apparentemente innocue, l’ironia che fa sorridere e, intanto, scava.

La scena che più rappresenta lo spettacolo? Ramazzotti la chiama “la partita a scacchi”, anche se la scacchiera non c’è. “È il gioco di due menti importanti, gli autori fanno giocare l’assassino e il detective sullo stesso piano mentale e psicologico”. È lì che capisci perché questo titolo funziona ancora: non è solo un giallo, è un duello.

Nini Salerno: “Sembra un dialogo, invece è uno spettacolo mosso”

Nini Salerno entra con un personaggio autorevole, una presenza che crea barriera e, allo stesso tempo, mette pressione: “È un ruolo molto deciso, psicologicamente impegnativo, soprattutto nei confronti del protagonista che poi è l’assassino”. Il suo sguardo è lucidissimo: il rischio del genere è la staticità. “Il rischio è tutto un dialogo. Invece grazie alla regia di Marcello Cotugno, attraverso luci, musiche, i girei, la vicenda si muove e diventa più leggera, non pesante”.

Poi c’è quella scena che aspetta ogni sera e che già da sola fa venire voglia di esserci: “La partita a golf,  mi confronto sia con il mio amico assassino che con il tenente Colombo e a un certo punto scatta un confronto tra noi due”. E soprattutto c’è una frase che sintetizza il senso profondo di Colombo oggi: “È un personaggio fuori dagli schemi: buffo e intelligente allo stesso tempo, sembra ingenuo, un misto di caratteristiche umane”.

Bontempo: “Niente di ciò che umano mi è alieno”

Pietro Bontempo, il “cattivo” che il pubblico conosce subito, gioca su un’idea affilata: la finzione non è solo in scena, è nella vita. Con una battuta secca («Dopo dieci minuti l’ammazzo») spiega subito il patto col pubblico: non è un segreto, è un esperimento di sguardi. Il suo Fleming ha il controllo di chi sa leggere e manipolare, ma non diventa mai un mostro astratto: “Bisogna cercare di capire in che modo gli esseri umani arrivano a certe azioni disumane e quindi bisogna stare un po’ dalla sua parte, per poterlo seguire nelle sue bassezze”. È inquietante proprio perché è credibile. E per lui “la scena” del suo personaggio non è l’exploit, ma l’arco. “Mi piace pensare che sia tutto un evolversi per prendere il pubblico per mano e portarlo alla fine”. Ed è esattamente così che lo spettacolo procede: ti prende e non ti lascia.

Samuela Sardo: Susan non è solo complice, è una traiettoria

Samuela Sardo racconta Susan con una precisione che la rende subito contemporanea: giovane, innamorata, vulnerabile — e per questo “scelta” da chi sa manipolare. “Lo psichiatra conosce la mente umana, usa queste conoscenze per sottomettere, sceglie Susan perché la identifica come una donna molto debole, manipolabile”. Non è un personaggio riducibile a una parola sola: “Non si può ridurre solo a complice, è molto di più”. La cosa più interessante è la sua evoluzione: il risveglio, lo sguardo che cambia, la consapevolezza che arriva tardi e brucia. “C’è una scena in cui io lo guardo per la prima volta con occhi diversi mi rendo conto che è andato fino in fondo”. È teatro che non ammicca: ti intrattiene, ma intanto ti mette addosso domande attuali.

Caterina Misasi: “Divertente” stare tra vita e fantasma

Caterina Misasi entra “in corsa” e lo dice con onestà: sta ancora scoprendo lo spettacolo sera dopo sera, perfezionandolo. Ma la sua Claire ha un doppio piano affascinante: presenza e memoria, vita e apparizione. “Divertente  interpretare la viva e poi anche un fantasma che compare”. La descrive fragile e brillante insieme, esuberante e dinamica, e sottolinea un tema che, purtroppo, suona attuale: donne manipolate, gestite, schiacciate. “Il fatto che gli uomini possono prevalere sulle donne  come vengono manipolate e gestite dagli uomini”. E poi la sensazione del pubblico: occhi pieni e testa in moto. “È tutto un duello, una giocata a scacchi di testa tra lo psichiatra e il tenente è avvincente”.

Il bello di Colombo ti fa sorridere mentre ti inchioda: in scena questa sera e domani alle 17

Alla fine esci così: con un sorriso addosso e una tensione che si scioglie solo all’ultimo, quando tutto torna al suo posto. Perché Colombo è questo: malinconico e buffo, gentile e implacabile. Sembra chiedere poco, ma in realtà non molla mai. E mentre tu guardi l’assassino cercare di essere perfetto, lui con una domanda di troppo, con un dettaglio minuscolo ti fa capire che l’omicidio “perfetto” non esiste.

Al Teatro dei Rinnovati a Siena questa sera alle 21 e domani alle 17. 

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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