“Non mi avrebbe lasciato. Qualcosa mi avrebbe detto”. Per la prima volta Filippo Rossi, fratello minore di David Rossi, è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’ex responsabile della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena. Un’audizione lunga, a tratti segnata dalla commozione, nella quale Rossi ha ricostruito il rapporto con il fratello, gli ultimi incontri prima del 6 marzo 2013, il comportamento di David dopo la perquisizione, i dubbi maturati negli anni e soprattutto il carattere di un uomo che, secondo Filippo, non avrebbe mai scelto un luogo pubblico per togliersi la vita.
“I rapporti erano ottimi. Di tipo lavorativo no. Ci vedevamo abbastanza perché, abitando vicini e Siena è piccola, ci si incontra spesso. Abitavo a due vie rispetto a dove abitava lui, per cui, passando in macchina per andare al lavoro, mi capitava di incontrarlo a piedi. Lui andava al lavoro a piedi e io in macchina”. Un rapporto che Filippo definisce senza esitazioni: “Erano perfetti, buonissimi”. I due si incontravano in famiglia, in Contrada, per strada. “Ci incrociavamo spesso, a volte ci si trovava nella nostra Contrada, essendo della stessa Contrada, a volte in giro. Ci trovavamo a pranzo dalla mia mamma, dai genitori, spesso, non solo per le feste”.
L’ultimo incontro con David sarebbe avvenuto pochi giorni prima della morte. “L’ho incontrato una domenica mattina, sono passato da casa sua e l’ho visto che stava prendendo lo scooter, il motorino”. L’ultima conversazione risalirebbe invece ai giorni immediatamente precedenti. Filippo e alcuni amici stavano preparando l’apertura di un piccolo locale a Siena, la cui inaugurazione era prevista per il sabato successivo al 6 marzo e che poi non si sarebbe più tenuta. “Mi ricordo che si era lì a mettere a posto e lui qualche giorno prima passò a vedere a che punto eravamo, a salutare, con le cuffiette, con il telefono”. Un ricordo sul quale Filippo è tornato nel corso dell’audizione: “Io stavo verniciando il muro e mi disse: ‘Questo colorino giallino fa un po’ schifo’”. Ne nacque uno scambio scherzoso: “Io ero tutto sporco di vernice. Gli dissi: ‘Vieni te a dirmi come si deve verniciare, ti levi la giacca…’. Mi ricordo che ci si chiappò anche noi”.
“Era più quello che leggevi che quello che traspariva da lui”
Nessun segnale evidente, secondo Filippo, di un cambiamento profondo nel comportamento del fratello. “Io non parlavo mai con lui di lavoro. Probabilmente era un suo modo. Si parlava di altro quando ci si vedeva”. E ancora: “Se aveva dei problemi non è che bisogna spiattellarteli a casa. Quando ci si trovava si parlava di altro. È una cosa che cerco di fare anche io. A volte è anche un modo per svagarsi dai problemi”.
Alla domanda se avesse percepito depressione, abbattimento o cambiamenti tali da metterlo in allarme, Filippo ha risposto negativamente. “A me non mi trasmetteva niente di quello che non andava al lavoro. Per me era il solito quando ci si vedeva. Ero più io, a volte, che gli facevo una battuta sopra, anche per smorzare quello che leggevi. Era più quello che leggevi che quello che traspariva da lui”.
Anche dopo la perquisizione del 19 febbraio 2013 il rapporto tra i due aveva mantenuto quel tono. “Mi ricordo quando ci fu la perquisizione a casa. Io la sera tornavo a casa e andai a vedere se lo trovavo perché usciva dal lavoro. Mi ricordo che lo incrociai mentre andava a casa. Ci si fermò un attimo, gli dissi: ‘Che fai?’. E lui mi disse: ‘Aspetto un mio amico’. Questo era il suo modo di levarti di torno, per far vedere che andava tutto bene”.
Tre giorni dopo, il 22 febbraio, la famiglia si ritrovò per il compleanno della madre. “Io lo vidi che saliva le scale, aprii e gli dissi: ‘Oh, un pregiudicato a casa fa sempre comodo’. Lui mi ha detto: ‘Vaffanculo’, scusate la parolaccia”. Filippo ha spiegato che anche quello era il loro modo di affrontare il momento: “C’era un modo per scherzarci, ma non abbiamo mai parlato in maniera approfondita di quello che era successo, di quello che lui pensava”.
David, secondo il fratello, non avrebbe confidato le proprie difficoltà neppure alla madre. “Con la mia mamma sicuramente non andava a confidarsi. Quando andava da lei era una visita per vedere come stava, per stare un po’ insieme, andava a cena, a pranzo. Certo non andava a raccontarle quello che non andava al lavoro. Quello sono sicurissimo che non l’abbia mai fatto. Non l’ha fatto, diciamo, a me. Non so se avrebbe voluto farlo. Fatto sta che non l’ha fatto”.
Poi una riflessione più intima: “Forse avrei dovuto essere io a capirlo, ci ho pensato tanto. Sinceramente non sono stato così bravo, visto che… non lo so”. E ancora, tornando al rapporto tra fratelli: “Io c’ero e lui c’è sempre stato per me”.
“Le indagini sono state fatte male. Punto. Male, male”
È parlando di quanto accaduto dopo il 6 marzo che Filippo Rossi ha espresso alcune delle considerazioni più nette dell’audizione. “La magistratura diceva una cosa. Noi qualche dubbio l’abbiamo sempre avuto. Cioè, le indagini sono state fatte male. Punto. Male, male”.
Una valutazione alla quale ha immediatamente affiancato una cautela: “Poi perché, per come, non sono in grado io di stabilirlo. Chi ha sbagliato, chi non ha sbagliato. È stato un attimino di superficialità. Non so dire se questa cosa è stato uno sbaglio, perché si sbaglia tutti al lavoro, però ci sono delle evidenze che credo facciano riflettere non solo i familiari, un po’ tutti”.
Tra gli elementi che hanno alimentato i dubbi della famiglia, Filippo indica innanzitutto la modalità della morte. “La caduta dalla finestra. Fra noi si è sempre detto: era un po’ strano”. Il punto centrale, per il fratello minore di David, resta però il luogo nel quale tutto è avvenuto. “Il mio fratello, se voleva fare una cosa del genere. Abbiamo una casa in campagna, è quella più vicina, a cinque chilometri. Andava lì, se voleva non farsi vedere dalla gente, da tutti. Una cosa è certa è che, se lui voleva fare una cosa del genere, non lo faceva dove lavorava. È proprio un’altra persona rispetto a quello che ho conosciuto per quarant’anni. Almeno io la penso così. Cioè, sono certo di quello che dico”.
Ed è a quel punto che Filippo usa una delle immagini più forti dell’audizione: “Come i gatti, andava a morire dove non lo vedeva nessuno. Questo l’ho sempre detto a tutti. Quindi è un po’ strano, insomma, come sono fatto, come la penso, come era lui”. Filippo insiste soprattutto sulla riservatezza del fratello: “Se c’è una certezza è che lui, se lo chiamavi da lontano quando era fuori, gli dava fastidio. Figurati se si voleva fare una cosa del genere nel lastricato, con la gente, chiunque, le telecamere. Io sarei come lui: vorrei che nemmeno la foto mi ci dovevi mettere, nemmeno il nome, che nessuno sa che sono io e nessuno mi ha trovato”. David, ha spiegato ancora, era “uno molto buffo”, con “un umorismo a modo suo”, “molto più socievole di quello che ti faceva sembrare”, ma non amava gesti eclatanti. “Queste chiassate, come si dice a Siena, cioè le cose eclatanti, come quelli che urlano dalla finestra per chiamare i figlioli, no, non era lui. C’è una casa in campagna: vai lì e ti nascondi lì. Io ho sempre pensato questo. Sono certo di questa cosa. Mi sembra talmente fuori dal suo modo”.
A sostegno di questa descrizione Filippo ha ricordato anche un episodio avvenuto in occasione del funerale. Gli amici e i contradaioli della Lupa gli avevano proposto di portare la bara a mano e di issarla alla Costarella, da dove si apre la vista su Piazza del Campo. “Lo chiesero a me e io dissi: ‘No, assolutamente’, perché sono sicurissimo che lui avrebbe fatto schifo questa cosa”.
La stessa precisione emerge, secondo Filippo, anche da piccoli episodi della vita quotidiana. Parlando del legame tra Monte dei Paschi e il Siena calcio, ha ricordato: “Io un abbonamento, un biglietto, non gliel’ho mai chiesto. A me non me l’hanno mai dato. Io faccio l’abbonamento al Siena per conto mio. Non gliel’ho mai chiesto, mai”. E ha concluso: “Può essere una cosa futile, però per quanto era precisino. Io ero il suo fratello, a me un euro gratis non me l’ha mai dato. Mai”.
I bigliettini: “Poteva essere una sorta di richiesta d’aiuto”
Nel corso dell’audizione è stato affrontato anche il tema dei bigliettini attribuiti a David Rossi. Alla domanda sull’idea che si fosse fatto del loro contenuto, Filippo ha risposto: “Non ho l’idea. Se voglio fare una cosa, perché lo devo scrivere? Poi lo butto via. Lo scrivo e lo butto via”. Sollecitato sull’ipotesi che quelle parole potessero riferirsi a qualcosa di già accaduto, ha aggiunto: “A che si riferisca di preciso non lo so. Anche io ho fatto tante cazzate, ma non l’ho mai scritta. E poi probabilmente la sua era grossa, se uno sente il bisogno di scrivere. Però che cosa avesse fatto non mi viene in mente niente, perché se c’era l’arancione nel semaforo si fermava. Quindi non riesco a capire che cosa di grave”.
“Probabilmente lui lo sapeva. Quindi, per scrivere una cosa del genere, era come quando ti vuoi togliere il peso: l’ha detto, l’ha confessato”. Filippo ha quindi ragionato sull’ipotesi che i bigliettini non anticipassero necessariamente una decisione suicidaria: “Mi pare strano che effettivamente possano essere legati a una cosa che lui vuole fare successivamente. Cioè, lo scrivo e lo butto tre giorni prima? Provo per vedere se il contenuto e la forma sono scritti bene?”
La commozione: “Non mi avrebbe lasciato. Qualcosa mi avrebbe detto”
È parlando direttamente del legame con David che l’audizione ha vissuto il momento di maggiore commozione. “Per me il mio fratello, quello che ho sempre conosciuto, era quello che, se avevo qualcosa, potevo essere io a rivolgermi a lui se avevo un problema, non lui a me. Se mi dava un consiglio, di lì lo potevo anche mandare, però poi l’ascoltavo in realtà, perché comunque mi ha sempre detto delle cose piuttosto sensate”.
Poi la voce si è spezzata. “Io, per quanto lo conoscevo io, David non avrebbe potuto salutarci in questa maniera. Comunque probabilmente anche a me ci teneva parecchio. A me ci teneva tanto. Non sono mai venuto qui a parlare, ma scusatemi”. Dopo essersi ripreso dall’emozione, Filippo ha continuato: “Non è che ho bisogno dell’accompagnatore, sono grandino e ho le spalle abbastanza, anche se non sembra. Non mi avrebbe lasciato. Penso che qualcosa mi avrebbe detto, in qualche modo. Forse non lo so in che modo. Ma così, dalla sera alla mattina, no. Perché con me ci parli di una cosa, di un progetto che io possa avere, e poi sparisci. Non va bene per me”.
Alla domanda sull’eventualità che David potesse avergli lasciato un messaggio, Filippo ha spiegato anche il modo in cui nella famiglia Rossi venivano manifestati gli affetti. “Non è che ci avrebbe scritto. Noi siamo molto rustici, come si dice a casa mia. Rustici nel senso che non è che ci si abbraccia, bacio e abbraccio. È un modo nostro. Però ecco, non è che avrebbe scritto, penso, qualcosa. Credo e sono sicuro che qualcosa mi avrebbe detto”. “Se non me l’ha detta non lo so il motivo. Può anche essere che non me l’ha voluta dire, perché siamo qui tutti a domandarci perché e per come”.
La sera del 6 marzo: “Alla mamma dissi: David è caduto dalla finestra”
La commissione ha riportato Filippo Rossi alla sera del 6 marzo 2013 e ai primi minuti successivi alla notizia della morte del fratello. In particolare, al momento in cui raggiunse la madre e dovette dirle ciò che era accaduto. “Io l’ho detto alla mia mamma. La prima volta che è uscita dalla mia bocca l’ho detto: “David è caduto dalla finestra. È caduto”. Forse nel mio cervello era un modo più morbido per dire alla mamma quello che è successo. Non lo so come si dicono queste cose. Non dovrebbe succedere, come si dice sempre, che il figlio muoia prima dei genitori, per cui non c’è un modo migliore per dire queste cose. A me in quel momento dovevo dire in questa maniera”.
Alla domanda sul perché avesse scelto proprio quelle parole, Filippo ha risposto: “Perché mi sembrava impossibile che mio fratello David avesse fatto una cosa del genere”.
Un passaggio sul quale i commissari sono tornati più volte, chiedendogli di distinguere quello che pensò nell’immediatezza da quanto avrebbe appreso successivamente. “Pensavo, tipo venti minuti dopo. Tutte le immagini, tutto quello che è stato ricostruito, l’ho visto dopo in televisione. Ma a venti minuti da una cosa del genere uno non può essere in grado, chiunque non può essere in grado, di stabilire come sia andata una cosa”. Inizialmente, ha spiegato, aveva persino pensato a un malore: “Io per lì pensavo, al momento credevo si fosse sentito male in ufficio. Che ne so”.
Poi le prime informazioni. “Tempo poco, ho saputo. Vedevo la gente dove andava. Il tempo di fare una salita. Io giro da casa mia, c’è piazza Salimbeni, questo vicolo è dietro. Per cui per lì non sapevo neanche dove fosse successo, oltre a come”.
Filippo ha ribadito di non essere andato immediatamente in vicolo Monte Pio e di avere raggiunto invece la madre. “Il gesto volontario l’hanno detto subito dopo. Io sono andato a casa e ho detto: ‘È caduto dalla finestra’. Le dinamiche precise me le hanno dette la mattina dopo in Procura”. Lei rispose nel dormiveglia di getto: “l’hanno ammazzato”, racconta il fratello. “Dalla telefonata ad arrivare dalla mia mamma sono passati venti minuti. Io non sono andato lì a vedere che è successo. Io ero a casa mia, mi hanno telefonato, sono uscito. Non ci sono andato, per niente, in questo vicolo. Ho preso la macchina”.
Poi la domanda è stata posta in maniera diretta: in quei primi minuti, prima delle ricostruzioni, delle indagini e di tutto ciò che sarebbe emerso negli anni successivi, aveva pensato alla possibilità che il fratello avesse compiuto volontariamente quel gesto? “Io ho pensato che, se si era buttato dalla finestra, non sarebbe stato il mio fratello David. Questo ho pensato”.