Si è svolta oggi al Tribunale di Siena la prima delle tre udienze ravvicinate del mese di luglio relative al lungo processo sui fatti avvenuti al carcere di Ranza, a San Gimignano. Qui l’11 ottobre 2018 avvenne un presunto pestaggio a danno di un detenuto di nazionalità tunisina durante un trasferimento di cella, per il quale sono oggi a giudizio 5 agenti della Polizia Penitenziaria, ai quali vengono contestati i reati di lesioni aggravate, falso ideologico e torture (altri dieci colleghi sono già stati condannati col rito abbreviato). Dopo le testimonianze dei consulenti del pubblico ministero e degli stessi agenti imputati, che hanno difeso il loro operato e spiegato il contesto complicato del carcere in quei giorni e i motivi di un’azione preventiva di spostamento del detenuto, ritenuto non collaborativo, oggi in aula di fronte al collegio Spina hanno sfilato altri testi.
Prima la presidentessa di un’associazione a difesa dei reclusi, che ricevette l’esposto di alcuni detenuti che avevano assistito ai fatti, poi un medico di medicina generale che effettuò una valutazione medica sommaria sul tunisino due giorni dopo il presunto pestaggio, un’infermiera e alcuni agenti di custodia del carcere non però coinvolti nell’operazione di spostamento. Rilevante è stato l’ascolto di Massimo Parisi, oggi direttore Generale del Personale e delle Risorse del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha riferito di una ispezione effettuata nel carcere, nel febbraio 2019 per valutare alcune criticità gestionali da parte del direttore dell’epoca. Parisi, che in quel momento non conosceva i fatti al centro del processo, ha parlato di aver riscontrato “lacune nella tutela della salute dei carcerati, provvedimenti anomali e mancata osservanza delle prescrizioni” confermando il difficile quadro complessivo della vita nella casa circondariale già emerso durante l’istruttoria, che proseguirà la settimana prossima con l’esame di altri agenti sotto processo.
C.C