Giornalista costretto a rivelare la fonte: il tribunale si difende dalle accuse dell’ordine giornalisti

Augusto Mattioli costretto a rivelare la fonte delle sue notizie perchè pubblicista

Il tribunale di Siena ritiene “ingiustificata e lesiva della dignità professionale del magistrato che ha presieduto l’udienza e dell’immagine dell’Ufficio l’affermazione contenuta nella nota dell’Ordine dei Giornalisti”.

Questa la risposta firmata del presidente della sezione penale Luciano Costantini e del presidente del tribunale Roberto Carrelli Palombi all’Odg nazionale che aveva criticato quanto accaduto nel corso dell’udienza per il processo alla vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, e al giornalista del Fatto Quotidiano David Vecchi, dove il giornalista senese, Augusto Mattioli, citato come teste era stato costretto a rivelare la sua fonte perchè, essendo pubblicista, non poteva valersi del segreto professionale.

“Quanto è accaduto a Siena – scriveva l’Odg nella nota del 24 febbraio – lede il diritto dei cittadini ad essere informati correttamente e determina situazioni che provocano sconcerto”.

“Il giornalista ha testimoniato, essendo stata riconosciuta la sussistenza di ragioni ostative al riconoscimento del segreto”, spiega ancora la nota del tribunale di Siena specificando che “da un lato la considerazione che l’informazione circa il nominativo della fonte non era più segreta, per averla lo stesso giornalista riferita informalmente ad un ufficiale di polizia giudiziaria” e che, “da un altro lato la qualifica di pubblicista che, per espresso disposto normativo, in mancanza di un intervento del legislatore che appare senz’altro auspicabile anche per evitare spiacevoli situazioni come quella attenzionata dall’Ordine dei Giornalisti, non lo abilita a valersi del segreto professionale riconosciuto solo in favore del giornalista professionista”.

“Tanto si doveva per ristabilire la verità dei fatti anche a fronte di notizie apparse sulla stampa che fanno pure riferimento ad un ‘attacco deliberato alla liberta’ di stampa’”, conclude il tribunale di Siena.

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