"Anna dei miracoli" a Siena, Mascia Musy: "L'amore più grande è quello che ci permette di prenderci cura di chi ha bisogno"

Anna Mallamaci, Elisa Lucarelli e Tommaso Bernabeo raccontano le sfide dei loro personaggi, tra fragilità familiari, pregiudizi e il coraggio di guardare oltre la disabilità.

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Ci sono storie che non hanno bisogno di essere reinventate per continuare a parlare al presente. Storie che attraversano il tempo perché, in fondo, raccontano qualcosa che riguarda tutti: la paura di ciò che non conosciamo, la difficoltà di comprenderci, il bisogno di essere amati. E soprattutto la possibilità di cambiare il destino di qualcuno, semplicemente scegliendo di non arrendersi. “Anna dei miracoli” è una di queste storie.

Al Teatro dei Rinnovati di Siena lo spettacolo diretto da Emanuela Giordano riporta sul palcoscenico la vicenda vera di Helen Keller, una bambina che perde la vista e l’udito nella primissima infanzia e cresce in un mondo apparentemente irraggiungibile. Una famiglia che non sa più come aiutarla, un padre che pensa di affidarla a un istituto, una madre che continua a sperare. E poi arriva Anna Sullivan, un’educatrice che decide di tentare ciò che sembra impossibile: insegnare a Helen a comunicare. Ma il vero cuore dello spettacolo non è la disabilità. È quello che accade quando qualcuno smette di vedere soltanto un limite e comincia a riconoscere una possibilità.

A raccontarlo, nelle interviste realizzate per la rubrica “Su il Sipario”, sono i quattro protagonisti: Mascia Musy, Anna Mallamaci, Elisa Lucarelli e Tommaso Bernabeo.

Mascia Musy: “La possibilità di immaginare che si possa uscire dal buio”

Per Mascia Musy, “Anna dei miracoli” non è semplicemente uno spettacolo da interpretare. È una storia che ha scelto, cercato e fortemente desiderato portare in scena. “È un lavoro che ho nel cuore, perché è stato proprio un mio progetto personale, a prescindere dal ruolo di Anna. Io appena ho letto questa storia ci ho creduto”. Dal 2019, con l’interruzione imposta dalla pandemia, lo spettacolo ha attraversato i teatri italiani. Ma l’emozione, racconta l’attrice, è rimasta intatta.

Anna Sullivan è una donna determinata, a tratti inflessibile. Arriva in una famiglia che ha quasi perso ogni speranza e ne mette in discussione le regole. Non si limita a offrire affetto a Helen: pretende che impari, che riconosca dei confini, che trovi un modo per entrare in relazione con gli altri. “Anna, anche mettendosi contro i genitori a volte, cercherà di insegnare a Helen la lingua dei segni, cioè la lingua, la dattilologia. Praticamente si digitano le lettere nella mano e quindi di associare il suo mondo, perché lei vive nel buio, a delle parole”.

Eppure, dietro quella fermezza, c’è qualcosa di profondamente umano. “È importante raccontarla questa storia, appunto perché è una storia vera ed è anche un esempio di grande amore, secondo me. Non l’amore quello, diciamo, genitoriale semplicemente o quello romantico. L’amore universale che sta dentro ognuno di noi e che ci permette di prenderci cura di chi è più debole e di chi ha bisogno”.

Un amore che non coincide con il permettere tutto. Che a volte richiede di dire no, di affrontare un conflitto, di chiedere uno sforzo proprio alla persona che si vorrebbe proteggere. Alla domanda su che cosa le abbia insegnato Anna, Musy risponde con un’immagine che racchiude il senso dell’intera opera: “La possibilità di immaginare che si possa uscire dal buio in generale”. E quel buio non è soltanto quello di Helen. È anche quello delle incomprensioni, dei rapporti familiari difficili, delle distanze che sembrano impossibili da colmare.

Anna Mallamaci: il corpo diventa una lingua, il limite una possibilità

Come si interpreta una persona che non vede e non sente, senza ridurla alla sua disabilità? Come si raccontano pensieri, emozioni, desideri e ribellioni quando le parole non possono essere lo strumento principale? Per Anna Mallamaci, che interpreta Helen Keller, la risposta è arrivata attraverso un percorso di preparazione intenso, costruito anche grazie alla Lega del Filo d’Oro. “È stato indubbiamente un lavoro molto complesso anche perché parliamo di un personaggio che è realmente esistito e devo dire che per me è stato un grandissimo aiuto la Lega del Filo d’Oro”.

L’attrice ha trascorso del tempo a contatto con le persone sordocieche e con gli operatori dell’associazione, imparando a osservare gesti, abitudini e modalità di relazione. Un’esperienza che ha trasformato anche il suo modo di intendere la recitazione. “Ho avuto proprio un copione di fatto di vibrazioni, di tatto, di gusto, di olfatto e quindi ho delle vere e proprie battute nel testo”.

Perché Helen non è un personaggio senza voce. Ha un proprio linguaggio, fatto di reazioni, movimenti e abitudini che le consentono di farsi comprendere dalle persone più vicine. Il problema è che quel linguaggio non basta per incontrare il resto del mondo. “Il punto è trovare un linguaggio che sia capace di connetterti con l’estraneo, con il mondo, di trovare una via di fuga dal quotidiano”.

Il lavoro dell’educatrice diventa allora una rivoluzione. Non soltanto perché insegna un nuovo codice, ma perché apre a Helen la possibilità di conoscere, scegliere, esplorare. E se c’è qualcosa che Anna Mallamaci porta con sé dopo ogni replica, è proprio il cambiamento di prospettiva maturato attraverso questo personaggio.

“Da quando lo faccio mi fa sempre riflettere su portare l’attenzione non tanto su quelle che sono le impossibilità delle situazioni, delle persone, delle cose che accadono, ma sulle potenzialità”. Una parola, potenzialità, che diventa forse la chiave più importante per comprendere lo spettacolo.

Elisa Lucarelli: quando essere madre significa accettare di non avere tutte le risposte

C’è un altro dolore, meno evidente ma altrettanto presente, in “Anna dei miracoli”. È quello di una madre che ama profondamente sua figlia e che, nonostante tutto quell’amore, non riesce ad aiutarla come vorrebbe. Elisa Lucarelli interpreta Kate, la madre di Helen. Un personaggio sospeso tra speranza e senso di colpa, tra il desiderio di proteggere e la necessità di lasciare spazio a qualcuno che potrebbe riuscire dove lei ha fallito. “Io sono una mamma, ho messo a servizio la mia esperienza e il mio vissuto perché comunque ci sono cose universali che riguardano tutte le mamme in questo spettacolo”.

Perché il rapporto tra Kate e Helen, pur nella particolarità della loro condizione, racconta qualcosa che appartiene a molti genitori: il dubbio di non fare abbastanza, la paura di sbagliare, la scoperta che le migliori intenzioni non sempre producono i risultati sperati. “Pur se un genitore è in buona fede e cerca di fare tutto con l’amore, con la dedizione, però non è detto che questo amore basti e sia l’unica cosa necessaria per agire su un figlio e per guidare anche un processo di educazione”.

L’arrivo di Anna rappresenta una speranza, ma anche una ferita. Accogliere un’educatrice significa ammettere di avere bisogno di aiuto, riconoscere che qualcuno potrebbe riuscire a raggiungere la propria figlia in un modo che fino a quel momento è sembrato impossibile. Per Lucarelli, la difficoltà più grande è proprio restituire tutte queste emozioni senza semplificarle.

“La cosa più difficile è portare sempre tutte queste cose insieme e trovare un equilibrio senza mai andare troppo in una direzione o nell’altra, come poi è la vita”. E tra le scene che continuano a emozionarla ce n’è una che non coincide necessariamente con il momento più celebre della storia: quella in cui, finalmente, i componenti della famiglia e Anna riescono a trovare un accordo. “Per un attimo c’è questo accordo e tutti suoniamo la stessa musica”. Una tregua, forse. Ma soprattutto il primo segno che qualcosa sta cambiando.

Tommaso Bernabeo: “Non si deve avere pietà”

Arthur Keller, il padre di Helen, potrebbe sembrare il personaggio più difficile da amare. È lui a prendere in considerazione l’idea di allontanare la figlia, incapace di immaginare un futuro diverso per lei. Ma Tommaso Bernabeo, che lo interpreta, invita a guardare sotto quella durezza. “È un semplice essere umano che ha costruito una corazza per non avere il terrore di dover vedere sua figlia in quelle condizioni”.

Arthur non è semplicemente un padre insensibile. È un uomo spaventato, incapace di affrontare una realtà che non sa comprendere. E proprio per questo il suo percorso diventa uno degli aspetti più umani dello spettacolo. La vicenda di Helen, secondo Bernabeo, continua a essere attuale perché racconta un atteggiamento che non appartiene soltanto al passato: quello di chi guarda alla disabilità attraverso la paura, la distanza o la compassione.

“Non si deve avere pietà, cosa che avevano i genitori, ma si deve lottare per cercare di portare la persona a essere uguale agli altri, perché è uguale agli altri”. È un cambiamento che riguarda prima di tutto gli adulti. Anna, infatti, non arriva soltanto per insegnare qualcosa a Helen. Arriva anche per mettere in discussione lo sguardo della sua famiglia. “La disabilità in realtà non è una cosa in più o in meno, noi siamo uguali tutti e Anna capisce questo e cerca di insegnarlo, prima che a Helen, secondo me alla famiglia”. Il momento più emozionante, per l’attore, resta il finale, insieme a una scena che segna la trasformazione interiore di Arthur. Un passaggio che continua a commuoverlo, replica dopo replica.

Il vero miracolo non è imparare a parlare. È essere finalmente ascoltati

“Anna dei miracoli” racconta una storia realmente accaduta, ma il suo significato supera la biografia di Helen Keller. Parla di genitori che devono imparare a essere genitori in un modo diverso da quello che avevano immaginato. Di un’educatrice che non confonde la cura con la compassione. Di una bambina che non ha bisogno di essere definita dai propri limiti, ma di trovare gli strumenti per esprimere ciò che è.

La collaborazione con la Lega del Filo d’Oro aggiunge a questo racconto una dimensione concreta, avvicinando il lavoro teatrale alla realtà delle persone sordocieche e delle loro famiglie. Ed è forse proprio qui che si trova la forza più autentica dello spettacolo: nel ricordare che l’inclusione non può fermarsi alle buone intenzioni, ma richiede conoscenza, ascolto, impegno e disponibilità a cambiare.

Simona Sassetti

Nasce a Siena nel 1991, lavora a Siena Tv dal 2016. Ha scritto prima sul Corriere di Siena, poi su La Nazione. Va pazza per i cantanti indie, gli Alt-J, poi Guccini, Battiato, gli hamburger vegani, le verdure in pinzimonio. È allergica ai maschilismi casuali. Le diverte la politica e parlarne. Ama il volley. Nel 2004 ha vinto uno di quei premi giornalistici sezione giovani e nel 2011 ha deciso di diventarlo



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