Bambini, smartphone e social: l’appello di Don Giuseppe Acampa

Dalla parrocchia di Colle Alta l’idea dei “patti digitali” e l’invito a regalare il telefono solo al momento giusto, accompagnandolo con regole chiare e guida adulta.

Di Redazione | 13 Maggio 2026 alle 19:00

Don Giuseppe Acampa, parroco di Colle Alta, ha promosso un incontro pubblico dedicato al rapporto tra bambini, social e smartphone, tema caldissimo tra Prime Comunioni e fine dell’anno scolastico. Con lui, la professoressa Fania Garassini (Università Cattolica di Milano), autrice del saggio “10 motivi per non regalare lo smartphone ai propri ragazzi alla Comunione (e nemmeno alla Cresima)”.

Genitori e insegnanti hanno riempito la sala. Presenti anche entrambi i dirigenti scolastici della città. L’occasione ha permesso non solo di ascoltare dati e ricerche, ma di confrontarsi su strumenti concreti per un uso più consapevole dei dispositivi.

I segnali che arrivano da catechismo e classi

Acampa parte dall’osservazione quotidiana: lettura meno fluida, difficoltà di concentrazione, caduta del rendimento. Un docente amico, a Milano, conferma: in alcune classi fino al 50% di ragazzi mostra problemi di apprendimento. Sullo sfondo, gli studi dell’Università di Milano-Bicocca sul benessere digitale e gli effetti della precoce esposizione agli schermi.

«La precocità dell’uso della tecnologia digitale comporta nel tempo una minore capacità di apprendimento e di concentrazione».

Non solo divieti: educazione e IA

Nessuno mette in discussione che la tecnologia, inclusa l’intelligenza artificiale, sarà l’ambiente di lavoro dei ragazzi. Ma proprio per questo, dice il parroco, servono percorsi educativi strutturati, graduali, condivisi.

«Come facciamo ad accompagnarli a un uso consapevole, intelligente e umano dell’intelligenza artificiale? Ecco la necessità di percorsi educativi».

Perché le regole tardano ad arrivare?

Tra annunci e proposte, pochi interventi sistemici. Acampa cita esperienze estere come monito e stimolo.

«In Australia hanno messo il divieto fino ai 16 anni dell’uso della tecnologia digitale. In Svezia il modello educativo ha riportato i ragazzi a quaderni, penne e libri».

La via italiana: patti digitali di comunità

La proposta emersa dall’incontro è partire dal basso: famiglie, scuole, amministrazioni locali, associazioni e realtà economiche insieme per stabilire regole semplici e condivise. Un esempio citato è il Comune di Bagno a Ripoli (Toscana), che ha messo a sistema un “patto digitale” comunitario.

«Mettere intorno a un tavolo tutte le agenzie educative per un uso graduale e consapevole. Se le regole sono condivise, i ragazzi non vivono disparità tra famiglia e pari».

Il nodo del diario elettronico

Un caso concreto: il registro e il diario digitali alle medie. Bene le piattaforme, ma senza abbandonare il cartaceo. Altrimenti passa il messaggio che, senza smartphone, si è tagliati fuori dai compiti e dalla vita di classe.

«Mantenere in contemporanea l’uso del cartaceo. Non si può avallare l’idea che senza cellulare il ragazzo sia menomato nel verificare i compiti».

Ristoranti “family-friendly” senza schermi

I patti digitali coinvolgono anche i luoghi della quotidianità. Un esempio: locali che offrono “box” con giochi e attività al tavolo, per evitare la scorciatoia del tablet durante i pasti.

«Dare alle famiglie alternative reali al cellulare, con strumenti semplici per tenere occupati i bambini al ristorante».

Il punto finale: il regalo giusto al momento giusto

Niente demonizzazioni: lo smartphone può essere un regalo, purché non sia un lasciapassare senza filtri. L’accompagnamento educativo è la condizione indispensabile, insieme a regole chiare, tempi e modalità di utilizzo, vigilanza sui social e capacità di “scegliere” come stare online.

«Il telefono va dato al momento giusto e con una guida: senza discernimento i rischi aumentano, dall’adescamento all’ansia, fino a comportamenti che poi diventano difficili da gestire».



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