Il genocidio non appartiene soltanto alla storia del Novecento. È una realtà che continua a manifestarsi nel mondo contemporaneo e che richiede strumenti giuridici, consapevolezza e responsabilità internazionale. Da Gaza al Sudan, passando per il Myanmar, il tema è stato al centro dell’incontro che si è svolto questa mattina al presidio Mattioli dell’Università di Siena, in occasione della presentazione del libro Genocidi, scritto da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, e Antonio Marchesi, professore di Diritto internazionale all’Università di Teramo. Un confronto con studenti e pubblico per affrontare una questione spesso al centro di polemiche e contrapposizioni politiche, ma che, secondo gli autori, deve essere ricondotta prima di tutto alla sua dimensione giuridica.
“Non è un caso che questo libro abbia un titolo al plurale – spiega Noury – perché purtroppo il crimine di genocidio non soltanto è presente nella storia, ma anche nell’attualità. L’errore che si fa è cercare di paragonare le situazioni attuali con precedenti storici, quando invece il riferimento dovrebbe essere il diritto internazionale”.
Il portavoce di Amnesty richiama direttamente gli scenari più drammatici: “Amnesty International ha definito quello della Striscia di Gaza un genocidio, ci sono avvisaglie di genocidio in Sudan, in particolare nella regione del Darfur, e la Corte internazionale di giustizia sta esaminando ricorsi per genocidio. È una parola di tragica attualità. Bisogna parlarne senza farne un oggetto di polemica o banalizzarla”.
A pesare, secondo Noury, sono anche i doppi standard della comunità internazionale, che troppo spesso giudica gli eventi in base a chi li commette e non alla natura dei crimini: “Si guarda spesso non a cosa viene fatto, ma a chi lo fa, per poi condannare o proteggere. Ne fa le spese la giustizia internazionale, ma soprattutto le vittime dei crimini internazionali”.
Da qui la necessità di tornare alla Convenzione sul genocidio del 1948, evitando classifiche e paragoni impropri: “Non c’è una classifica dei crimini internazionali. Non è che se non è genocidio allora è qualcosa di meno grave, o che non ci siano crimini di cui poter rispondere davanti alla giustizia e all’umanità”.
Un’impostazione condivisa da Antonio Marchesi, che spiega la genesi del volume e la volontà di intervenire in un dibattito particolarmente acceso, soprattutto sul conflitto in Medio Oriente: “Abbiamo scritto questo libro, rivolto al grande pubblico e non agli specialisti, perché eravamo insoddisfatti della polarizzazione e dello scontro ideologico che hanno caratterizzato la discussione, soprattutto attorno all’ipotesi che vi sia un genocidio a Gaza. Noi crediamo di sì, però è un punto di vista e anche quello di chi ritiene che non sia così è assolutamente rispettabile”.
Per il docente, la parola genocidio non può essere utilizzata come una semplice etichetta politica: “È una nozione giuridica, una fattispecie, un crimine. Per stabilire se vi sia o meno un genocidio, a Gaza come in Myanmar, con la minoranza dei Rohingya, bisogna fare riferimento alla definizione giuridica. Una definizione precisa, che individua nella distruzione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso l’elemento caratterizzante del crimine – prosegue il professore -. La vittima è un intero gruppo umano, non sono i singoli dove l’obiettivo è quello di distruggere un gruppo”.
E attenzione a considerare l’Olocausto come l’unico modello possibile. “Non c’è solo l’Olocausto, che è il genocidio per antonomasia e attorno al quale è nata la nozione stessa di genocidio. I genocidi possono essere diversi per numero di vittime e modalità distruttive. Questo non significa che in tempi più recenti non vi siano stati genocidi con caratteristiche molto diverse”.
È proprio questo il senso del plurale scelto per il titolo del libro: riportare al centro del dibattito una realtà che non appartiene soltanto al passato e ricordare che, per riconoscerla, il riferimento deve essere il diritto internazionale, non la convenienza politica.