L’infertilità è oggi una delle principali sfide di salute pubblica nei Paesi occidentali e in Italia riguarda circa il 17,5% delle coppie, con un impatto che va ben oltre l’aspetto clinico, coinvolgendo la sfera psicologica, relazionale e sociale.
Un tema sempre più centrale anche nel dibattito scientifico, al centro del 9° Congresso nazionale della Società Italiana della Riproduzione Umana, ospitato a Siena, dove specialisti del settore si sono confrontati su dati, criticità e innovazioni nel campo della fertilità.
Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, nel 2023 sono stati 17.235 i bambini nati vivi grazie alla procreazione medicalmente assistita (PMA), pari al 4,5% del totale delle nascite in Italia, che nello stesso anno sono state 379.890.
Un aumento significativo che si accompagna alla crescita delle coppie trattate, arrivate a quasi 90 mila, e dei cicli effettuati, oltre 112 mila. Numeri che raccontano una domanda in costante espansione, ma che evidenziano anche alcune criticità strutturali.
Tra queste, l’età media delle donne che accedono alla PMA, che in Italia si attesta intorno ai 37 anni, più alta rispetto alla media europea, ferma a 35. Una variabile determinante che incide direttamente sulle probabilità di successo dei trattamenti e che riflette cambiamenti sociali profondi, tra cui il rinvio della maternità.
Nel corso del congresso, gli esperti hanno sottolineato la necessità di un approccio sempre più integrato alla fertilità, capace di coniugare innovazione tecnologica, prevenzione e supporto psicologico alle coppie. Al centro del confronto anche il tema dell’accesso alle cure e dell’equità territoriale, oltre allo sviluppo di modelli di “PMA umanizzata”, che pongano al centro non solo il risultato clinico, ma anche il benessere complessivo della persona.