Mps, va in scena il dilemma shakespeariano della politica

Intervenire o non intervenire? Sul futuro della banca senese la politica italiana si divide tra mercato, interesse nazionale e tentazione di restare “primo attore”

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A Cernobbio la politica italiana scopre di avere ancora un problema irrisolto: il rapporto tra politica e mercato. E, osservando le dichiarazioni sul futuro di MPS, viene quasi da pensare che sul palco del Forum di Cernobbio sia andata in scena una commedia di William Shakespeare. Con una domanda che, aggiornata ai tempi del risiko bancario, potrebbe essere recitata così: intervenire o non intervenire, questo è il dilemma.

Sul tavolo c’è la partecipazione ancora detenuta dal Tesoro in MPS. Ma dietro quella quota azionaria si nasconde una questione molto più grande: quanto deve pesare la politica nelle grandi partite finanziarie italiane?

Giancarlo Giorgetti assicura che il governo è “totalmente neutrale”. La quota del Tesoro, spiega il ministro dell’Economia, è “di fatto congelata” e l’esecutivo non intende intervenire né interferire con le operazioni in corso. Il messaggio è quello di chi vuole presentarsi come arbitro e non giocatore.

Una posizione che richiama, per certi versi, il mondo di Amleto: il protagonista osserva, riflette, pesa ogni scelta prima di compiere il passo decisivo. Anche il governo, almeno per ora, resta sulla soglia. Aveva avviato il percorso di uscita da MPS, poi il risiko bancario ha cambiato la scenografia e la vendita è rimasta sospesa.

Ma in politica, come nelle tragedie shakespeariane, ciò che non accade può essere importante quanto ciò che accade.

Perché non vendere è comunque una scelta. E la neutralità, quando il governo possiede una partecipazione in una banca al centro di una grande partita finanziaria, non è necessariamente sinonimo di irrilevanza.

Antonio Tajani sceglie invece una parte più vicina al Mercante di Venezia: il mercato deve essere sovrano, la politica deve interferire il meno possibile e la privatizzazione resta l’orizzonte. Il principio liberale viene ribadito senza esitazioni: se gli attori economici sono in campo, siano loro a giocare la partita.

Poi entra in scena l’opposizione e il copione si complica.

Elly Schlein critica il governo per essere intervenuto “a gamba tesa” nel risiko bancario, ma contemporaneamente chiede che il Tesoro mantenga la propria partecipazione in Mps. È una posizione apparentemente contraddittoria, ma che ha una sua logica: meno politica nelle operazioni, più presenza pubblica nella proprietà.

Il Governo, in questa visione, non dovrebbe scegliere le cordate né decidere gli esiti delle aggregazioni. Dovrebbe però conservare una posizione dalla quale tutelare, quando necessario, interessi considerati strategici: solidità del sistema, occupazione, credito alle imprese e radicamento territoriale.

Matteo Renzi, invece, recita un copione completamente diverso. Per lui il Tesoro dovrebbe uscire da Mps. Il ritardo nella vendita diventa così un indizio: dietro il congelamento della quota potrebbe esserci, secondo Renzi, la volontà di Giorgetti di conservare un ruolo nella partita.

E qui il riferimento shakespeariano potrebbe essere Macbeth: il potere diventa il vero protagonista della scena, anche quando tutti dichiarano di non volerlo inseguire.

Perché è questo il punto che rende il dossier Mps politicamente interessante. Tutti parlano di mercato. Tutti, con sfumature diverse, dichiarano di non voler interferire. Eppure tutti discutono della posizione del Tesoro, della sua quota, della sua eventuale uscita e del ruolo che il governo potrebbe avere nel nuovo equilibrio bancario italiano.

E così Mps diventa una sorta di palcoscenico shakespeariano nel quale cambiano i personaggi ma resta il dilemma centrale. C’è chi vuole la politica fuori dalla scena. Chi la vuole ancora seduta in platea, con una partecipazione pubblica in mano. Chi teme che lasciando tutto al mercato si perda una leva strategica. E chi, al contrario, teme che quella leva possa trasformarsi in interferenza politica.

Il confine è sottile.

Perché una cosa è intervenire per condizionare il mercato. Un’altra è rimanere azionisti per tutelare un interesse nazionale. Una terza è vendere e lasciare definitivamente alle forze del mercato la costruzione dei nuovi equilibri bancari. Sono tre strade diverse. E dietro ciascuna c’è un’idea diversa del rapporto tra politica ed economia.

Forse è proprio questo che Shakespeare avrebbe colto meglio di chiunque altro: nei grandi drammi politici, raramente il problema è soltanto ciò che i protagonisti dicono di voler fare. Il vero dramma sta spesso in ciò che non possono permettersi di fare.

Giorgetti dice di essere neutrale. Tajani invoca il mercato. Schlein chiede di conservare la partecipazione pubblica. Renzi pretende l’uscita del Tesoro.

E Mps rimane al centro del palco.

Intervenire o non intervenire? Vendere o restare? Essere arbitri o giocatori?

E il sipario, sulla partita del Monte dei Paschi e sul rapporto tra politica e mercato, è ancora lontano dal calare.

 

Cristian Lamorte

Giornalista dal 2006 ama il suo mestiere perché gli consente di alzarsi ogni mattina senza sapere cosa farà del resto del giorno. Ama le storie, quelle da leggere e quelle da raccontare. Detesta chi guarda invece che osservare, predilige un ricco silenzio ad un povero sproloquio. Nel tempo libero si dedica ai libri e al cammino, in un costante passo dopo passo lungo la linea sottile tra ragione e follia. La stessa linea che lo spinge a ricercare ogni giorno, dopo essersi svegliato, una nuova pagina da scrivere.



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