Palio di Siena, la polemica sul drappellone di Teodora Axente: il Rettore del Collegio dei Correttori rompe il silenzio. Ecco le sue parole

Don Enrico Grassini interviene sul Palio dell’Assunta 2026 e sul drappellone di Teodora Axente

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Tra percezione e realtà esiste una distanza. Ed è proprio in quella distanza che, secondo Don Enrico Grassini, Rettore del Collegio dei Correttori, dovrebbe inserirsi una riflessione più profonda sul drappellone del Palio dell’Assunta 2026, realizzato dall’artista rumena Teodora Axente. Il dibattito attorno all’opera è stato acceso e, soprattutto sui social, non sono mancate polemiche e giudizi immediati. A dire la sua anche il cardinale Augusto Paolo Lojudice, che durante Buongiorno Palio su Siena Tv, aveva messo sul tavolo la proposta di un maggiore confronto della chiesa (LEGGI QUI). Adesso Grassini invita a non fermarsi alla prima impressione. “Tra percezione e realtà esiste una naturale e salutare distanza, che deve essere necessariamente colmata con una riflessione e una conseguente in-formazione”,  scrive il Rettore dei Correttori. Il punto di partenza è semplice: davanti a un’opera d’arte è legittimo che qualcuno provi un’emozione positiva e qualcun altro, invece, non la apprezzi.

“Salvaguardando la singolarità del giudizio di fronte ad un primo approccio estetico, per cui è legittimo che un’opera piaccia o meno, si deve tuttavia andare oltre ed entrare nel linguaggio, nella tensione artistica dell’autore perché così impone l’arte, di non fermarsi cioè alla mera percezione”. Ed è proprio questo, secondo Grassini, l’atteggiamento con cui occorrerebbe accostarsi al drappellone dell’Assunta. “Ciò dev’essere realizzato anche per accostarsi al drappellone del Palio dell’Assunta del 2026, realizzato dall’artista Teodora Axente, che non pochi spunti di riflessione suscita”.

Il linguaggio di Teodora Axente

Per comprendere l’opera, il Rettore dei Correttori parte dalla formazione dell’artista. Axente proviene dalla scuola artistica di Cluj, una delle realtà più importanti dell’Europa orientale, dove, sottolinea Grassini, “la contemporaneità trova spesso un confronto coi temi spirituali cristiani e le forme della tradizione”.

Da qui una prima considerazione: nell’opera, secondo il sacerdote, non sembra esserci quella volontà di provocazione che in altri drappelloni del passato era apparsa anche in maniera evidente. “Sembra estraneo dall’opera il linguaggio della provocazione, come non di rado in passato si è visto sui drappelloni, anche in maniera ostentata”. Ma c’è un elemento culturale che rende più complesso il rapporto dell’artista con l’iconografia senese. “L’artista del resto viene da una formazione cristiana di tradizione ortodossa, col conseguente limite di entrare negli sviluppi occidentali della spiritualità mariana degli ultimi cinque secoli, a cui invece l’iconografia del palio fa riferimento”. Eppure, osserva Grassini, i riferimenti per costruire un ponte con la storia di Siena c’erano tutti.

La battaglia di Camollia e la Madonna

Il 2026 coincide con il cinquecentesimo anniversario della battaglia di Camollia, episodio fondamentale della storia senese. “I presupposti c’erano tutti: l’episodio della battaglia di Camollia (di cui ricorre il cinquecentesimo anniversario), in cui i Senesi diedero battaglia e sconfissero gli avversari: fiorentini, truppe pontificie di Clemente VII e fuoriusciti senesi del partito dei noveschi”.

In quel momento storico Siena si affidò ancora una volta alla Madonna. Grassini richiama il dipinto di Giovanni di Lorenzo conservato nella chiesa di San Martino. “Come ci attesta il dipinto di Giovanni di Lorenzo nella chiesa di San Martino, i Senesi si votarono ancora una volta alla Madonna per proteggere la Città, invocandola come “Immacolata” nei vessilli che issarono sulle mura”.

Ed è proprio qui che il drappellone contemporaneo incontra la tradizione. “Come Giovanni di Lorenzo, anche l’artista contemporanea vede la Vergine aprire il suo manto su Siena vista da Porta Camollia in primo piano”. Ma la rappresentazione dell’Immacolata non è un tema semplice, soprattutto se affrontato attraverso sensibilità religiose e culturali differenti.

“La questione sull’iconografia dell’Immacolata, già difficile da “masticare” per i cristiani occidentali del nostro tempo, diventa ancor più problematica per un cristiano di formazione orientale”.

E quindi, secondo Grassini, anche le caratteristiche più discusse dell’opera vanno lette alla luce della ricerca artistica di Axente. “L’androginia dei volti e le proporzioni volutamente estrapolate dal naturalismo, più che una forma di provocazione, sono espressione del suo linguaggio artistico”.

Il vero problema? Il rapporto tra artista e committenza

Secondo Don Enrico Grassini, però, la discussione più interessante dovrebbe spostarsi altrove.

“I presupposti c’erano, ma forse gli esiti sono stati disattesi, e la polemica s’infiamma grazie anche alla cassa di risonanza eccessiva dei social”.

Ma la questione più seria, scrive, è un’altra.

“La riflessione più seria, almeno per chi scrive, sarebbe da porre su un altro piano: può un drappellone essere realizzato come piena espressione artistica di un autore?”. La risposta di Grassini è netta. “Se si considera la comprensione che come contemporanei abbiamo dell’opera d’arte, come frutto cioè della più totale libertà espressiva dell’artista, la risposta è certamente no”. Perché il drappellone, pur essendo un’opera d’arte, nasce all’interno di una tradizione molto particolare.

“Il drappellone del Palio può esser sì un’opera d’arte, ma intesa alla maniera antica, in cui l’artista doveva necessariamente muoversi nei canoni indicati dalla committenza, e proprio in questa capacità di interpretare la committenza si manifestava il genio dell’artista”.

È un passaggio centrale della riflessione: il drappellone non può essere considerato semplicemente come il risultato della libera espressione individuale di un artista, perché porta con sé una responsabilità collettiva.

Un’opera che entra nella vita delle Contrade

Ed è qui che, secondo Grassini, il Palio diventa ancora più complesso. “Il discorso sul palio si fa però anche più complesso, perché il drappellone, oltre a rispondere alle indicazioni della committenza (che deve essere necessariamente ed esclusivamente il Comune), diventa un’opera viva che va a toccare la sensibilità religiosa e anche quella più profana”. Il drappellone entra infatti nel desiderio di chi corre e nella vita di chi, invece, dalla corsa viene escluso.

“Entrando nell’intimo del desiderio per chi compete alla corsa, e quasi nell’inconscio per chi ne è escluso”. Per questo non può essere ridotto a un semplice oggetto artistico.

“Il drappellone non è un’immagine sacra dinanzi alla quale pregare, ma è esso stesso una preghiera rivolta alla Vergine”. Grassini richiama anche Simone Martini e i suoi «angelichi fiorecti», per sottolineare il rapporto tra arte, devozione e bellezza. “Non un oggetto di culto, ma certamente più sacro che profano, perché il drappellone “sta in chiesa””.

E non soltanto per il momento della benedizione. “Non solo per la benedizione in Provenzano o in Cattedrale, ma quasi per un anno nell’Oratorio della Contrada che lo vince”. Un’opera che, quindi, rimane accanto all’altare. “E sta lì, di fianco all’altare, come una sorta di ex-voto per la gioia ricevuta della vittoria”.

“L’artista deve vivere, toccare e percepire Siena”

Da qui nasce una conseguenza precisa anche sul modo in cui un artista dovrebbe essere coinvolto nella realizzazione del drappellone. “Di queste cose l’artista deve essere edotto ben prima di concepire l’opera”. Non basta conoscere un regolamento. Occorre conoscere la città. “Deve vivere, toccare e percepire il magnetismo che i luoghi del Palio emanano, deve confrontarsi con chi vive la quotidianità di Siena e dei suoi rioni”. Perché l’artista, pur mantenendo il proprio linguaggio, dovrebbe riuscire a dare voce a qualcosa che va oltre la propria individualità. “E dare voce, pur coi suoi linguaggi, ad una comunità intera, prima ancora che limitarsi alle indicazioni asettiche di un regolamento”. Grassini riconosce che, nel caso del drappellone 2026, il Comune ha effettivamente cercato di accompagnare l’artista. “Questa sensibilità, almeno nel caso attuale, è stata oggettivamente messa in pratica dal Comune, avendo ospitato a Siena l’artista in diverse circostanze”.

Ma, forse, sarebbe servito qualcosa in più. “Forse doveva essere solo un po’ più accompagnata nel viaggio dell’anima che ancora oggi, nonostante le crisi, questa Città propone”.

La benedizione del Palio non è la benedizione di una stoffa

C’è poi il tema della presenza del drappellone nello spazio sacro e della sua benedizione. Anche su questo Grassini invita a cambiare prospettiva. “Il problema quindi non è certo se “ammettere” o meno il drappellone in uno spazio sacro, al rito collettivo della cosiddetta “benedizione del palio””. Perché quella benedizione, spiega, non è semplicemente rivolta all’oggetto. “Non è una benedizione ad una stoffa dipinta, evidentemente”. È qualcosa di molto più ampio. “Ma come il rito stesso esprime è la benedizione del Signore che il vescovo invoca sulla Città fatta di persone, di vite, di storie di dolore e di gratitudine”.

“Anziché improvvisarsi improbabili censori…”

E allora, secondo il Rettore del Collegio dei Correttori, la strada da seguire non dovrebbe essere quella della censura o della contrapposizione. “Anziché improvvisarsi improbabili censori ed esperti di iconografia sacra, si accompagnino piuttosto gli artisti, come comunità, a percepire sulla propria pelle quello che significa l’opera che dovranno compiere”. Perché il giudizio sul drappellone non arriva soltanto dagli esperti d’arte.

“Non sarà solo sottoposta al giudizio più avvezzo dei critici d’arte (e forse meno tagliente), ma ad un comune sentire di popolo”. Un popolo che può anche giudicare d’istinto, ma che non per questo è necessariamente superficiale. “Giudica sì, forse, per istinto, ma chiunque abbia a cuore di distaccarsi dalla superficialità e dalla banalità, giudica col cuore di chi sa che, nel bene o nel male, vinca o non vinca, quell’opera gli appartiene, perché parla di sé”.

Ed è proprio su questo terreno che Grassini colloca il ruolo della Chiesa di Siena e dei Correttori. “A servizio di questo dialogo costruttivo, anche con la committenza e con l’artista, si pone in maniera convinta la Chiesa di Siena, in particolare i Correttori”. Un ruolo che nasce dalla quotidianità vissuta nelle Contrade. “Vivendo il loro ministero sacerdotale costantemente a contatto con le gioie e le speranze, le sofferenze e i problemi della quotidianità della Contrada, sanno bene quanto il linguaggio della bellezza dei segni muova i cuori, e verso quale direzione li muova”.

Nessuna rivendicazione di privilegi, dunque. “Non siamo a rivendicare privilegi, ma a chiedere il permesso di servire, con umiltà e amore, in ciò che ci è proprio”.  E la conclusione è anche una dichiarazione d’intenti: “Con la bellezza del Vangelo nel cuore e la bellezza di Siena negli occhi”.



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