Sanità, dimessi e dimenticati. Il grido di una famiglia senese: "Il vero abbandono comincia quando si torna a casa"

La lettera di un nostro lettore che, partendo dalla storia del padre, denuncia il vuoto dell'assistenza post-ospedaliera

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Una storia personale che diventa una riflessione sul sistema sanitario e, soprattutto, sul difficile percorso che molte famiglie affrontano dopo le dimissioni ospedaliere di un proprio caro. E’ quella raccontata nella lettera aperta inviata alla nostra redazione da Marco, che ripercorre i due mesi di ricovero del padre, colpito da un ictus e già invalido al 100%, per denunciare quello che definisce il “vuoto assistenziale” che si apre una volta terminata la degenza.

Nella sua testimonianza descrive le difficoltà quotidiane di una famiglia chiamata ad assistere un anziano non autosufficiente in una casa non adeguata, con una madre di 76 anni costretta a farsi carico dell’assistenza e con lui stesso impossibilitato a cercare un lavoro perché impegnato nella cura del padre.

Il lettore racconta inoltre le lunghe attese per l’accesso a strutture specializzate, le difficoltà legate ai percorsi di riabilitazione e alle procedure burocratiche, ma anche le condizioni vissute durante il ricovero, sottolineando come medici, infermieri e operatori socio-sanitari abbiano fatto il possibile nonostante la carenza di personale e di risorse.

Una riflessione che si allarga poi al funzionamento del Servizio sanitario nazionale, con un appello alla politica affinché torni a investire nell’assistenza territoriale, nel sostegno ai caregiver familiari e nella presa in carico dei pazienti anche dopo le dimissioni dall’ospedale.

Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera ricevuta, firmata dall’autore.

Si parla continuamente di sanità. Si inaugurano reparti, si tagliano nastri, si organizzano conferenze stampa. Poi, però, arriva il giorno delle dimissioni. Ed è lì che lo Stato scompare.

Mio padre è entrato in ospedale il 29 maggio 2026 per un ictus. Era già invalido al 100% a seguito di una ricostruzione della vescica effettuata nel 2009 che lo ha lasciato completamente incontinente. È rimasto ricoverato quasi due mesi, fino al 22 luglio. Quando è stato dimesso, nessuno si è chiesto dove sarebbe tornato. Nessuno si è domandato se la casa fosse accessibile, se ci fosse qualcuno in grado di assisterlo ventiquattr’ore su ventiquattro o se la famiglia avesse i mezzi economici per farlo.

Semplicemente ce lo hanno restituito.

Viviamo in un’abitazione dove la carrozzina non passa nemmeno dalla porta del bagno. Ogni doccia è una lotta. Ogni cambio è una prova di forza. Ogni giornata è un percorso a ostacoli che nessuno vede e che nessuno racconta. Mia madre ha 76 anni. Dopo trent’anni dal divorzio si è ritrovata a dover stravolgere completamente la propria vita. Ma a quell’età non si possono pretendere la forza fisica e la resistenza necessarie per sollevare, lavare e assistere ogni giorno una persona non autosufficiente.

Io sono disoccupato. E la beffa è che non posso nemmeno cercare un lavoro. Se trovassi un’occupazione, chi cambierebbe mio padre? Chi gli darebbe da mangiare? Chi lo laverebbe? Chi gli permetterebbe di vivere con un minimo di dignità?

In Italia si dice che il lavoro nobilita. A me, invece, lo Stato impedisce perfino di cercarlo.

Ad oggi nessuno ci ha illustrato un vero percorso di fisioterapia o logopedia. Ci è stato soltanto detto che, fino al rinnovo dell’invalidità, gli eventuali trasporti saranno a nostre spese. È surreale che una persona già riconosciuta invalida al 100%, oggi ulteriormente devastata da un ictus, debba ancora affrontare procedure burocratiche per dimostrare ciò che è già evidente. Per trovare una struttura adeguata ci hanno parlato di circa otto mesi di attesa. Otto mesi. Nel frattempo cosa dovrebbe fare una famiglia? Arrangiarsi. Sempre e soltanto arrangiarsi.

E non voglio nemmeno entrare nel merito delle condizioni in cui versa ormai una parte della sanità pubblica, perché quello meriterebbe un’altra lettera. Durante il ricovero abbiamo visto reparti dove perfino sostituire le lenzuola diventava difficile per la carenza di materiale, familiari costretti a portare da casa l’addensante per permettere ai propri cari di bere in sicurezza e infermieri, operatori socio-sanitari e medici costretti a correre senza sosta da un paziente all’altro. Non perché mancassero professionalità o voglia di lavorare, ma perché mancavano le persone. Il personale sanitario non è il problema. Al contrario, è spesso la prima vittima di un sistema che lo ha lasciato solo. Abbiamo incontrato professionisti straordinari che hanno fatto tutto il possibile per assistere mio padre nonostante turni massacranti, organici ridotti all’osso e condizioni di lavoro difficilissime. A loro va il nostro più sincero grazie.

Le responsabilità stanno più in alto. Sono di una politica che da anni considera la sanità una voce di bilancio invece che un diritto costituzionale. Si continua a spendere milioni per personale “a gettone”, pagato molto più di quanto costerebbe assumere stabilmente medici e infermieri, invece di investire negli organici, programmare il futuro e rafforzare il Servizio sanitario nazionale. È un paradosso che paghiamo tutti: si dice che non ci sono risorse per assumere, ma poi se ne spendono molte di più per tamponare un’emergenza che la politica stessa ha contribuito a creare.

Alla fine il conto lo pagano tutti: i professionisti, costretti a lavorare in condizioni impossibili; i cittadini, che finanziano questo sistema; e soprattutto i malati, che dovrebbero essere il centro della sanità e invece troppo spesso ne diventano le vittime.

La vera malattia della sanità italiana è l’abbandono dopo le dimissioni.

Gli ospedali curano il paziente. Poi il paziente diventa un problema della famiglia. E se la famiglia è anziana, fragile o non dispone di risorse economiche sufficienti, viene lasciata sola.

Si dice che la sanità sia universale. Non è vero. È universale finché sei dentro un ospedale. Appena esci, la qualità delle cure dipende dal tuo conto corrente. Se puoi permetterti assistenza privata, badanti e strutture specializzate hai una possibilità. Se non puoi, sei costretto a trasformare la tua casa in un reparto improvvisato e la tua famiglia in personale sanitario non retribuito.

Nel frattempo milioni di italiani aspettano una visita, una diagnosi, un posto letto, una struttura per un familiare non autosufficiente o semplicemente un aiuto per non essere lasciati soli.

La non autosufficienza, l’assistenza domiciliare, il sostegno ai caregiver familiari e le liste d’attesa dovrebbero essere emergenze nazionali. E invece sembrano interessare soltanto chi le vive sulla propria pelle.

Chi governa dovrebbe ricordare che è stato eletto per risolvere problemi, non per alimentare una campagna elettorale permanente. Mentre il dibattito pubblico si concentra troppo spesso su slogan e polemiche, c’è un Paese reale che chiede risposte su ciò che conta davvero: la salute, il lavoro e la dignità delle persone.

Questa non è solo la storia di mio padre.

È la storia di migliaia di famiglie che ogni giorno sostituiscono lo Stato senza essere preparate, senza essere aiutate e spesso senza essere nemmeno ascoltate.

Quando un malato viene dimesso non termina il suo percorso di cura. Comincia quello della sua famiglia.

Ed è proprio lì che, oggi, lo Stato troppo spesso sceglie di voltarsi dall’altra parte.

Se la politica vuole davvero riconquistare la fiducia dei cittadini, torni a occuparsi delle persone. Perché la dignità di un Paese non si misura dagli slogan, ma da come tratta i suoi malati, i suoi anziani e le loro famiglie.

Perché la verità è una sola: in Italia non ci si sente abbandonati quando ci si ammala. Ci si sente abbandonati quando si torna a casa. Ed è allora che si scopre quanto lo Stato sia disposto a lasciarti solo.

Con amarezza, ma con la speranza che qualcuno abbia ancora voglia di ascoltare,

Marco

Cristian Lamorte

Giornalista dal 2006 ama il suo mestiere perché gli consente di alzarsi ogni mattina senza sapere cosa farà del resto del giorno. Ama le storie, quelle da leggere e quelle da raccontare. Detesta chi guarda invece che osservare, predilige un ricco silenzio ad un povero sproloquio. Nel tempo libero si dedica ai libri e al cammino, in un costante passo dopo passo lungo la linea sottile tra ragione e follia. La stessa linea che lo spinge a ricercare ogni giorno, dopo essersi svegliato, una nuova pagina da scrivere.



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