C’è un silenzio particolare, nelle grandi occasioni. Non è assenza di suono, ma attesa. È quello che si respirava nell’aula magna Virginia Woolf dell’Università per Stranieri di Siena quando la voce, le parole e la storia di Nabil Salameh hanno incontrato il riconoscimento più solenne che un ateneo possa conferire: la Laurea Magistrale honoris causa.
Una cerimonia che è andata oltre il rito accademico. È diventata racconto, presa di posizione, dichiarazione di identità.
A spiegare il senso profondo di questa scelta è stato il Rettore Tomaso Montanari, che ha parlato della laurea honoris causa come di uno “strumento solenne” per indicare un modello. E Salameh, ha sottolineato, è proprio questo: un artista che ha costruito ponti, che ha trasformato la musica, la poesia e la traduzione in strumenti di incontro tra culture. Un uomo capace di difendere le differenze senza rinunciare al dialogo.

In un tempo che sembra segnato da conflitti e fratture, il suo percorso assume un valore ancora più forte. “È un elogio del dialogo in tempo di guerra”, ha detto Montanari, ricordando anche l’impegno dell’ateneo sul fronte della difesa del popolo palestinese. Un messaggio che attraversa le aule universitarie e si traduce in una presa di posizione culturale prima ancora che politica.
Non è un caso che questa laurea nasca dentro un corso dedicato alle parole, alla loro forza, alla loro capacità di costruire significato. Il professor Valentino Baldi ha parlato di un momento di passaggio per il corso di laurea, che si rinnova e si ridefinisce anche attraverso esempi concreti come quello di Salameh. Un’occasione per interrogarsi su cosa significhi oggi fare cultura: non solo studio e ricerca, ma presenza, militanza, responsabilità.
E poi c’è lui, Nabil. Visibilmente commosso, quasi sorpreso da tanto affetto. Le sue parole non cercano effetti, ma arrivano dritte. Parla di ponti, ancora una volta. Parla di un’università che sente vicina, perché “dove l’altro non è un limite ma uno spazio da esplorare”. È lo stesso orizzonte che ha guidato tutta la sua vita artistica.
Nel suo racconto il mare non è solo geografia, ma simbolo. Un tempo luogo di incontro, oggi troppo spesso confine, separazione. E dentro questa immagine c’è il dolore della sua terra, la Palestina, a cui dedica il riconoscimento. Un pensiero che non è solo politico, ma profondamente umano: il desiderio che un giorno anche lì si possano celebrare cultura e conoscenza senza paura, senza violenza.
A rendere ancora più intensa la cerimonia, la presenza e le parole di Paola Turci, chiamata insieme a Michele Lobaccaro a rendere omaggio all’artista. Turci ha parlato di un’emozione “rara”, di un incontro che non solo apre il cuore, ma lo trasforma. Ha definito Salameh una “creatura rara”, capace di insegnare, con naturalezza, cosa significhi costruire ponti.
Lobaccaro, compagno di viaggio nei Radiodervish, ha allargato lo sguardo: questo riconoscimento, ha detto, è anche il segno di una scelta. Tra chi si chiude nelle identità e chi invece le trasforma attraverso il dialogo. Tra chi esclude e chi include. Una linea sottile su cui, oggi più che mai, si gioca il futuro dell’umanità.
E infine la musica. O meglio, quella forma speciale che Salameh chiama “lectio-concerto”. Dove la voce resta: canto, memoria, dignità. Un titolo che è già una dichiarazione. Perché la voce, quando resiste, diventa memoria. E quando si fa memoria, diventa dignità.
Siena, per un giorno, è stata tutto questo: un luogo in cui le parole hanno avuto peso, la musica ha avuto senso, e una laurea è diventata qualcosa di più. Un gesto. Un segno. Forse, un piccolo ponte in più in un mondo che ne ha disperatamente bisogno.
